Più volte abbiamo segnalato come il lessico (le parole) nel suo uso nella comunicazione scritta o verbale segnali i cambiamenti che stanno intervenendo nella società. L’uso smodato di terminolgie militari è stato – ahinoi – una costante presenza nei giornali, riviste, libri, social-media, radio&tv, ma, indubbiamente, nel periodo della sindemia COVID ha assunto un ruolo non indifferente nella gestione sociale degli interventi degli Stati per fronteggiare (eccoqui!) le preoccupazioni dei cittadini. Questo bombardamento (evvai!) comunicativo è continuato, senza soluzione di continuità, all’affacciarsi, in Europa, delle guerre, prima in Ucraina, poi nel Vicino e Medio Orinete. Si è trattato di una vera e propia retorica dell guerra e il lessico si è armato di conseguenza debordando in ogni luogo sociale. Persino le omelie si sono arricchite di terminolgia militare, anzi ne hanno persino coniate di nuove, valga per tutte, “guerra mondiale a pezzi”.
E queste non sono trasformazioni di poco conto, le parole rimangono impresse nella nostra mente, in particolare delle giovani generazioni, segnano in poco tempo le modalità delle relazioni sociali, del comportamento. Pensiamoci, pensateci.
Ecco, per chi fosse interessato ad approfondire un poco queste tematiche, proponiamo una recente trasmisione di radio3 (qui ascoltabile) nel programma “la lingua batte” e il seguente articolo di Marco Brando, pubblicato il 31/03/26 nel Magazine Trecani “scritto & parlato”. [G.Z.]
Mass media e social: anche il lessico si arma in tempi di guerra
La successione incessante di crisi globali e di guerre, che si sovrappongono e si alimentano a vicenda, non ci rende soltanto più ansiosi. Innesca una trasformazione della nostra lingua, attraverso l’adozione o riadozione di parole e locuzioni: per esempio, , difesa preventiva, , raid chirurgico, danno collaterale, genocidio, (cittadino di Gaza), sumud (in arabo vuol dire ‘fermezza’ o ‘perseveranza’ e anche ‘resilienza’ o ‘resistenza’), , trincea, prima linea, , , , minaccia esistenziale, drone.
Come svelano le parole appena citate, i traumi degli ultimi anni – dall’emergenza sanitaria globale (affrontata tra 2020 e 2021 a colpi di metafore belliche, come “medici in trincea”) a vari conflitti armati su larga scala (dal 2022 in poi) – hanno provocato anche una massiccia riattivazione di lemmi che sembravano confinati nella memoria letteraria o nella storiografia del Novecento. Inoltre certe parole, diventando stereotipi usati pure in altri contesti, ci abituano ad esprimerci “bellicosamente”. Quindi le guerre – mediate da organi di informazione, social network e dibattito pubblico – svolgono un ruolo importante nella nostra percezione della realtà, anche quando non ci colpiscono direttamente.
D’altra parte la “materia prima” ansiogena non manca: nel mondo sono in corso almeno 62 conflitti armati nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo (23 marzo 2026); sono tre in più rispetto a quelli certificati dall’ultimo , redatto dall’il suo rapporto del 2025, diffuso a giugno, ne segnalava 59, tre in più rispetto al 2024, «il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale». Della maggior parte non sappiamo nulla: decine di conflitti (ad esempio in Sudan e Sud Sudan, Burkina Faso, Mali e Niger, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Myanmar, Haiti e nelle regioni curde tra Siria e Turchia) sono semplicemente ignorati dai media italiani (e non solo), quindi ci sono estranei, perché, almeno in apparenza, non incidono sulla nostra vita quotidiana.
Lo specchio deformante
Dunque i media – professionali e amatoriali, tradizionali e digitali – scelgono cosa dobbiamo ricordare e metabolizzare anche in campo bellico. Già nel 1963 lo storico della scienza statunitense Bernard Cohen (1914-2003) aveva formulato, nel libro The Press and Foreign Policy, l’ipotesi di agenda setting (definizione dell’agenda), dedicata agli effetti cumulativi dell’informazione mediatica:
La stampa può nella maggior parte dei casi non essere capace di suggerire alle persone cosa pensare, ma essa ha un potere sorprendente nel suggerire ai propri lettori intorno a cosa pensare. […] Il mondo apparirà diverso a persone diverse in relazione alla mappa disegnata dai giornalisti, dai direttori e dagli editori dei giornali che loro leggono.
Oggi, rispetto agli anni Sessanta, sulla nostra percezione del mondo incidono enormemente anche le mappe digitali disegnate online dagli algoritmi delle big-tech e dalle manipolazioni degli hacker di regime. Il lessico si adegua, introiettando stati d’animo intorno ai quali l’ansia e l’allarme si cristallizzano. Siccome le prime pagine dei quotidiani e dei tg sono dominate ogni giorno dalla narrazione bellica, la nostra lingua, che è un laboratorio permanente di pratiche culturali, agisce come specchio deformante delle tensioni che attraversano la società.
Come scrive Eleonora Signorin su , «le parole con cui governi e media descrivono gli eventi diventano una componente non marginale della guerra stessa». La scelta della denominazione dei vari aspetti del conflitto può cambiare il modo in cui lo scontro «viene percepito e giustificato dall’opinione pubblica». L’uso di questo lessico politico e mediatico si trasferisce immediatamente in quello di massa, soprattutto nell’arena digitale, a colpi di post e commenti pubblicati su Facebook, Instagram, Tiktok o altrove.
Per esempio, mentre il conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina è caratterizzato da molti termini legati alla resistenza degli ucraini e all’aggressione russa, la guerra tra Israele e le milizie estremiste di Hamas nella Striscia di Gaza, con immani perdite tra i civili palestinesi, ha riattivato le dispute identitarie, giuridiche e morali. Il dibattito pubblico in Italia è stato così segnato da una “guerra dei nomi” attorno ad azioni militari specifiche.
La parola , in particolare, è passata da termine tecnico-giuridico a grido di battaglia politico, suscitando aspre polemiche tra chi ne denuncia l’uso inflazionato e chi ritiene che quella parola sia l’unica adeguata alla distruzione di Gaza e al massacro dei suoi abitanti. Simmetricamente, il concetto di autodifesa è stato sottoposto a un’analisi critica intensa: mentre per alcuni è il cardine della legittimità israeliana, per altri è diventato un eufemismo per coprire operazioni di rappresaglia sproporzionate. La terminologia riflette dunque una polarizzazione estrema, dove la scelta di un sostantivo rispetto a un altro equivale a una presa di posizione politica.
La weaponizzazione del linguaggio
Sulla rivista dell’Università di Boston, , il linguista Joel Brown conferma che «il linguaggio rappresenta un’arena secondaria del conflitto, nel senso che può essere utilizzato per promuovere o ostacolare determinate agende, influenzando la percezione dei vari attori coinvolti». In altre parole, ciò che capita sul campo di battaglia dipende anche dal modo in cui si influenza e indirizza il consenso del pubblico attribuendo al nemico determinate etichette. Il consenso popolare è fondamentale per sostenere le politiche più o meno belliciste, sia nei Paesi liberal-democratici, sia in quelli autoritari.
Brown spiega che, in guerra, le parole contano molto e che il linguaggio is often weaponized, cioè «viene spesso trasformato in arma»: la weaponizzazione del linguaggio è un concetto difficilmente traducibile in italiano e questo tipo di uso è una novità anche in lingua inglese. Sul , infatti, weaponize significa «trasformare batteri, sostanze chimiche tossiche, ecc. in armi in grado di uccidere o ferire molte persone» oppure «rendere possibile l’uso di qualcosa per attaccare una persona o un gruppo». Nel nostro caso, il riferimento riguarda invece la “carica esplosiva” dei termini che usiamo dal punto di vista semantico.
Parafrasando la celebre massima del generale prussiano Carl Von Clausewitz (1780-1831) – «La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi» (in , Einaudi) – il “linguaggio armato” è la prosecuzione della guerra nel nostro universo cognitivo, personale e sociale; una sorta di assuefazione lessicale e culturale. Non è una novità assoluta, la propaganda da sempre usa questi strumenti; per esempio, nazisti e fascisti usarono efficacemente i mass media a disposizione tra anni Venti e Quaranta del Novecento per ottenere il sostegno popolare alle persecuzioni, alla guerra e ai genocidi. La novità oggi consiste nell’utilizzo dei più recenti strumenti digitali, che, rispetto ai vecchi media, permettono di raggiungere le persone molto più velocemente, in modo più subliminale e pervasivo e con maggiore efficacia. Come scrive Pino Bruno, ex inviato di guerra, su , oggi
la convergenza tra conflitti armati, reti sociali e Intelligenza artificiale generativa ci ha proiettato […] nell’epoca della guerra cognitiva. Una forma di conflitto ibrido che mira a frammentare le società, polarizzare le comunità e logorare le menti. […] Siamo entrati nell’era della “propaganda generativa”: attori statali, campagne politiche, gruppi di hacker come NoName057(16) [gruppo di criminali informatici filoputiniani, ndr] e vere e proprie fabbriche di contenuti utilizzano l’IA per persuadere e distorcere la realtà su scala industriale.
L’interiorizzazione del paradigma
Il risultato? La linguista Carmen Russo, nell’articolo , sostiene che emerge come il termine “arma“, usato durante la pandemia in senso figurato (lo Stato di emergenza come arma contro il virus), sia tornato a indicare strumenti concreti di offesa, pur mantenendo una nuova dimensione ibrida nel contesto della guerra dell’informazione. Facendo riferimento a titoli giornalistici, Russo osserva come l’informazione stessa è definita un’“arma contro Putin”, operando una sintesi tra il valore metaforico e quello letterale. Questo fenomeno riflette una società che ha interiorizzato il paradigma del conflitto come modalità ordinaria di interpretazione della realtà. Scrive Russo:
Esaminando due titoli seguenti, entrambi apparsi su «la Repubblica» – (a) Lo Stato di emergenza, l’arma del premier contro il coronavirus (10/07/2020), (b) Le sanzioni da sole non bastano, l’arma contro Putin è anche l’informazione (05/03/2022) – notiamo come nel primo arma sia propriamente un traslato, il quale, riferito a Stato di emergenza, serba il suo valore figurato. Nel secondo arma torna nel suo contesto originale, quello della guerra e, riferendosi a informazione, si fa portavoce sia dell’aspetto metaforico, sia di quello letterale: l’informazione, in guerra, può diventare un’arma, di attacco o di difesa. È un traslato che riprende vita.
Al centro di questa narrazione mediatica c’è, nell’assunto di Russo, la constatazione che il lessico guerresco, supportato negli ultimi anni da una recrudescenza dei conflitti armati, si conferma l’humus ideale per la radicalizzazione e il radicamento dell’assuefazione al clima bellico e al linguaggio usato per rappresentarlo, in ogni ambito.
Il nemico perenne
Sulla rivista «Vita» già a marzo del 2020, durante le prime drammatiche settimane della pandemia, il linguista Massimo Vedovelli sosteneva che
l’uso della metafora bellica sta appiattendo su un’unica modalità la visione dello stare insieme come società complessiva e di nuovo, i fautori dell’odio contro l’altro, contro chiunque altro, hanno trovato nel virus e in questa sua narrazione, un’ulteriore occasione per alimentare chiusure, barriere, scontri.
La guerra metaforica (contro il virus nel periodo pandemico) e quella concreta (alla ribalta sui media e sui social dal 2022 in poi) diventano così consuetudini in cui l’ansia generata dai fatti contagia il linguaggio, con un cortocircuito semantico tra uso metaforico intensivo e realtà bellica nuda e cruda. Cosicché i termini trincea e prima linea si sono diffusi di nuovo nel lessico italiano mediatico e in quello comune; per esempio per rappresentare il difficile rapporto tra maggioranza e opposizione in occasione della campagna referendaria sulla riforma della giustizia, a cavallo tra 2025 e 2026.
I social media, in contesti come quest’ultimo, non si limitano a veicolare informazioni sulle battaglie reali o metaforiche: trasformano quelle informazioni in contenuti virali, neologismi inclusi. La “militarizzazione” del linguaggio rappresenta dunque una sfida insidiosa, perché rischia di erodere la capacità di adottare sfumature e di svolgere analisi obiettive.
La lingua del futuro sarà inevitabilmente segnata da queste cicatrici lessicali, testimoni di un’epoca in cui la guerra è tornata a essere, dolorosamente, il vocabolario comune della condizione umana. La contromisura necessaria? Serve il mantenimento del controllo sul dominio che le macchine non possono conquistare: la mente umana come spazio esclusivo di responsabilità, libertà e giudizio critico. Una sfida che non è facile, ma alla quale non dovremmo sottrarci.
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