Siamo in periodo di valutazioni e di voti: dove siamo chiamati a dare un valore numerico al percorso d’apprendimento svolto con le nostre classi, un periodo in cui spesso entriamo in conflitto con noi stessi oltre che col soggetto valutato…. (GZ)
Prof, ma la letteratura a cosa serve? la storia antica a cosa serve? sapere tutte queste cose a cosa serve che tanto c’è Chat GPT?
Questo a cosa serve, insegnando Lettere in un Istituto Tecnico, mi tormenta. A niente, dico io. Giocare a calcio a cosa serve? Guardare un film o una serie a cosa serve? passare il tempo con la persona che ami a cosa serve? Inizialmente, nei primi anni Duemila, questa risposta sortiva effetto. Non che si appassionassero alla lettura, ma – intuita l’importanza dell’inutilità – riuscivamo anche a goderci qualche testo; ora invece ribattono: giocare a calcio serve a farsi il fisico, vedere qualcosa che ci piace serve a passare il tempo, stare con la persona che ami serve a star bene… Servire, mai come in questo caso la polisemia di tale verbo mi sembra illuminante: servire = essere utili; servire = essere servi. Di cosa? di una società che ci vuole soprattutto finalizzati all’utile, ovvero funzionanti, come ben fa emerge Miguel Benasayag nel suo saggio Funzionare o esistere?.
In questo periodo di valutazioni, dove siamo chiamati a dare un valore numerico al percorso d’apprendimento svolto con le nostre classi, questi due concetti – funzionare ed esistere – entrano in conflitto. Di per sé ritengo che la valutazione e l’autovalutazione siano due elementi chiave nella crescita di ogni persona, crescita che non si ferma con la maggiore età ma che continua nel tempo: conoscere i propri limiti nelle varie situazioni che si presentano e lavorare sui propri errori cercando di stare meglio possibile è ciò che mi auguro poter fare fino a 100 anni e oltre, ma tutto questo è altro rispetto a quello che è il valutare a scuola.





