………………………………..Questa inquietante ondata etnofascista passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima.Ma, quelle che ormai quasi con vergogna chiamiamo «le sinistre»? In Italia sembra pacifica la scomparsa della sinistra istituzionale, almeno nei fatti. I temi sono sempre quelli della destra, narrati in chiave progressista. E se le sinistre, all’alba della timida vittoria del No al Referendum, non sanno fare altro che ciarlare di leader e primarie, i molti che hanno contribuito a questa piccola vittoria sanno che serve parlare di un programma, e un programma passa in primo luogo dalle parole. E allora, ripartiamo dalle parole, senza paura di pronunciarle, di posizionarsi, di affermarle senza indugio: smettiamo di avere paura di dichiararci marxisti, almeno come strumento di lettura socio-economico. Rivendichiamo lo strumento dello sciopero radicale e dei blocchi a oltranza. Acceleriamo la retorica del governo: non scioperare il venerdì per il week-end lungo, ma scioperare dal lunedì al venerdì.Contro il razzismo dilagante dobbiamo affermare con forza che nessuno è illegale e il concetto di persona illegale (in Italia presente almeno dalla Bossi-Fini, un duo mai vituperato abbastanza) va decostruito nella sua assurdità. Forse è il caso di rispolverare i canti anarchici e socialisti dell’800, quelli che hanno accompagnato alcune delle stagioni di lotta più decisive per i diritti di cui oggi godiamo. Forse è il caso di ricordare Pietro Gori quando cantava Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà. Contro la discriminazione di genere di una società ancora profondamente patriarcale, dobbiamo rivendicare un transfemminismo convinto. Non sono vizi progressisti, ma lotte fondamentali e trasversali. Siamo a tutti gli effetti dentro la «terza guerra mondiale a pezzi» (e che il Papa sia stato tra i politici più progressisti degli ultimi anni, almeno a parole, la dice lunga sullo stato deteriorato delle cose): la nostra posizione contro il riarmo, l’economia bellica, l’espansionismo imperialista deve affermare fieramente il pacifismo, altro che preparare la guerra per fare la pace. Allo stesso tempo la questione climatica va rimessa al centro del dibattito e di un lavoro operativo su azioni volte alla ahimè gestione di esso: grazie alle destre la questione ambientale è sparita dal discorso pubblico.Essere pacifisti non significa essere contro la violenza o cadere nelle retoriche (ancora di destra) sulle proteste accettabili e quelle non accettabili. Lotta di classe, è un’altra di quelle cose che bisogna ricominciare a dire. E la lotta si porta dietro, inevitabilmente, odio e violenza, sì. «Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?» (Edoardo Sanguineti, 2007).
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