Un test nato per osservare il sistema scolastico rischia di diventare un’etichetta permanente nel curriculum degli studenti. Con il decreto ministeriale del 9 gennaio 2026, n. 2, il ministero dell’Istruzione ha aggiornato il “Curriculum della studentessa e dello studente”. Tra le novità compare una nuova sezione dedicata alle “Prove nazionali”, nella quale saranno riportati i livelli raggiunti dagli studenti nelle prove di italiano, matematica e inglese predisposte dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi).
L’intenzione dichiarata è valorizzare il percorso scolastico e offrire uno strumento utile per l’orientamento. Tuttavia, dal punto di vista pedagogico e docimologico, questa scelta solleva diverse perplessità. Il rischio è trasformare uno strumento nato per analizzare il sistema scolastico in un’etichetta individuale applicata agli studenti.
Le prove Invalsi sono state concepite come strumenti di valutazione di sistema. Servono a misurare il funzionamento dell’istruzione e a stimare il cosiddetto “valore aggiunto” delle scuole, cioè la capacità di un istituto di far progredire gli studenti tenendo conto del loro contesto familiare, sociale e economico. In questa prospettiva consentono di individuare squilibri territoriali e criticità del sistema.
Inserire questi risultati nel curriculum individuale sposta però il baricentro della valutazione: da analisi del sistema a indicatore della prestazione individuale. È un cambiamento non secondario, perché questi test non sono stati progettati per certificare in modo analitico le competenze individuali.
Qui emerge anche un nodo pedagogico e politico che riguarda l’idea stessa di merito. Le prove standardizzate registrano una prestazione in un momento preciso, ma non possono incorporare pienamente il contesto in cui quella prestazione si produce: il capitale culturale della famiglia, le opportunità educative del territorio, le condizioni sociali di partenza. Quando il dato viene trasferito nel curriculum individuale, questo contesto scompare e il risultato rischia di apparire come una misura pura del merito personale. È proprio questo slittamento — valutare i risultati senza considerare le condizioni di partenza — che finisce per trasformare la valutazione in un potente meccanismo di riproduzione delle disuguaglianze.
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