Riportiamo qui di seguito alcuni stralci di un articolo postato su “La bottega del Barbieri” a firma di Giuseppe Faso che parte da alcune considerazione sul decreto “tetto degli immigrati” in classe che, aldilà dell’inapplicabilità concreta – posto che è intervenuto a classi formate e docenti incaricati -, delle panzane relative al numero di realtà scolastiche interessate dalla pressione numerica degli studenti stranieri, sottolineanono la divergenza con i percorsi pedagogici che hanno valorizzato il sistema educativi italiano.[GZ]
Nel suo celebre «Apocalittici e integrati», oltre sessant’anni fa Umberto Eco notava che la nozione di integrazione veniva dissimulata, e andava individuata nelle pratiche discorsive della cultura di massa e nella loro accettazione (donde il discredito ironicamente richiamato sugli “integrati”); e poco più tardi nei «Quaderni piacentini» emergeva l’opportunità euristica di tale nozione per indicare la continuità dell’assoggettamento della forza lavoro al di là dei cambiamenti di metodo nel passaggio dal fascismo alle democrazie: quelle pagine sarebbero forse preziose da rimeditare. Oggi lo spettacolo è desolante: ingenui o sfacciati, astuti o folli,
son tutti in fila a sbandierare intenti integratori, e naturalmente a rinfacciare ad altri
l’inefficacia del proprio operato, dovuta naturalmente alla renitenza congenita a “farsi integrare”……
….Mi sembra utile muovere proprio da ciò cui richiede attenzione Graffi (e con lui da decenni Tullio De Mauro, con i maestri e ricercatori che 50 anni fa diedero vita al Giscel). Proviamo a mettere al centro dell’attenzione l’acquisizione della lingua: come avviene davvero? Oggi ne sappiamo moltissimo, grazie all’attività di docenti (tanti e disseminati, ma pochi rispetto a quanti ne servirebbero) e ricercatori (più o meno avventurantisi fuori dal mondo accademico). Come è possibile facilitare tale apprendimento senza chiamare in causa le difficoltà derivanti da elementi vitali, come la varietà e la pluralità?
Su questo è necessario e urgente muoversi, oggi, collaudando o irrobustendo pratiche di accoglienza dei bambini. Accoglienza, non integrazione. Se abbiamo bisogno di ridurre a un’indicazione chiara quello che andrebbe fatto, è questo il cambiamento, la rottura necessaria del gergo.
Strappata a un contesto sociologico dignitoso e nobilitante, la nozione di integrazione, sfrondata da ogni aspetto di reciprocità e da ogni implicazione di rispettosa attenzione, è stata devoluta alle tirate retoriche tipicamente dedicate ai valori e ai fini, ed espropriata da chi non vuol farne altro che un’ auto-rappresentazione dei propri buoni intenti “messi a repentaglio”
(Hirschman, «Retoriche dell’intransigenza», Il Mulino, 1991) da quelli, le bestie che non sanno parlare di Giovacchino, o le versioni odierne che ne danno Valditara, Meloni e corteggio di giornalisti. In questa versione retorica, il termine viene a far parte dei valori propri messi a rischio dagli altri, e perciò dai fini che ci si propone, e a cui la realtà in carne e ossa mette i bastoni tra le ruote. I fini, si sa, sono evocati a giustificare i mezzi: lo faceva notare Luigi Russo nel suo commento a Machiavelli degli anni ’30: in pieno trionfo dello Stato totalitario, e in una eccellente antologia per i licei in cui i nomi dei collaboratori ebrei erano sostituiti da pseudonimi, Russo spiegava che non a Machiavelli, ma se mai a chi lo combatteva o lo deformava risaliva quello slogan ipocrita e tendenzialmente criminale. I presunti valori giustificano così gli obblighi, la coartazione, l’asservimento, la mancanza di rispetto, avrebbero detto Enrico Pugliese e il suo amico Richard Sennett. Oltre a dedicarsi all’aspetto pratico-relazionale (prendersi cura dei modi dell’apprendimento, rispettare le varietà della lingua, imparare a provare meraviglia anche per l’italiano in bocca cinese…) c’è perciò la necessità di rovesciare la perversione giustificazionista dei mezzi in nome dei fini. L’integrazione predicata da questo governo (e da altri via via succedutisi magari con minore piglio antidemocratico) non può giustificare obblighi, punizioni, attacchi alla dignità e al rispetto.
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