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SCUOLA & PROPAGANDA

da | 9 Ott 2026 | Cobas Scuola, Discussione, Materiali, Webpress

di Ilaria Ruggiero (da globalproject.info)
La campagna elettorale per le prossime politiche è iniziata e ancora una volta la scuola pubblica viene riscoperta e utilizzata a fini propagandistici.

Da circa un mese sono iniziati i grandi proclami: “Le classi con più di 27 studenti rappresentano percentuali veramente irrisorie”, ha dichiarato il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara intervistato i primi di settembre. “Praticamente le classi pollaio non esistono più in Italia”. Nonostante i dati e le esperienze condivise da molti insegnanti, che nelle aree urbane si ritrovano con classi da più di 30 persone, lo smentiscano, è interessante notare il cambio di paradigma del Ministro. Infatti, pochi mesi fa, per rispondere alla proposta di AVS di fissare un limite massimo di 20 studenti per classe, il ministro aveva affermato che “Il numero degli alunni per classe non fa la differenza. 

Non si è visto che laddove è stato applicato non ha dato esiti particolarmente interessanti. Anzi, studi di INVALSI confermano che quando il rapporto è troppo basso il rendimento non migliora, anzi peggiora persino”. Anche qui, qualsiasi docente che abbia lavorato in classi sovrannumerarie può facilmente contraddirlo. 

Come si fa ad attuare la personalizzazione didattica in classi di oltre trenta persone? La personalizzazione didattica è, per definizione, un metodo di insegnamento che adatta il percorso scolastico alle potenzialità, ai talenti e alle inclinazioni di ogni singolo studente. 

Questo vuol dire, nella pratica, preparare materiali di studio, prove, griglie calibrate sulle esigenze di ognuno. Una simile attività, tuttavia, non si limita a una sola classe: in media i docenti, a seconda della materia d’insegnamento, si trovano a gestire dalle 6 alle 9 classi contemporaneamente. Destinare il tempo necessario alla correzione accurata delle prove scritte, evitando il ricorso sistematico a test a risposta multipla, che parcellizzano l’apprendimento, determina di conseguenza una mole di lavoro complessiva di notevole entità per il personale docente.

Il Decreto-Legge 170/26 esemplifica perfettamente il concetto di distrattore. Davanti ai problemi reali della scuola, la risposta è risolvere problemi inesistenti e fingere di risolverli. I provvedimenti, oltre che essere discutibili e inapplicabili, sono discriminatori. Partiamo dal tetto massimo del 30% di alunni stranieri nelle classi. Non si tratta sicuramente di una novità in quanto preceduto da due circolari ministeriali precedenti [1]. Il ‘’problema’’ quindi, non era stato risolto in quanto nella sua applicazione presenta vari impedimenti logistici, in primis il rischio di ‘’deportazione’’ degli studenti e studentesse: trasferire gli ‘’stranieri’’ in eccesso verso istituti vicini crea moltissimi disagi legati ai trasporti e allo spostamento, soprattutto nelle periferie urbane ad alta densità migratoria. Questo rende difficile l’accesso ad un servizio pubblico, lede il diritto allo studio e, in casi di particolare disagio socio economico, potrebbe favorire la dispersione scolastica. Senza contare l’impatto psicologico su studenti e studentesse di origine straniera, costretti a trasferirsi lontano da casa solo perché considerati in sovrannumero.

Altro punto: il divieto di partecipazione alle attività scolastiche con il volto coperto. Anche in questo caso, qualsiasi docente della scuola pubblica, anche coloro i quali hanno lavorato nelle periferie e nei quartieri che il governo bolla come zone rosse, può facilmente dire di non aver mai incontrato una studentessa con il volto coperto. Nelle scuole italiane sono presenti molte bambine e ragazza che indossano lo hijab, qualche chador o khimar. Non esistono dati ufficiali, tuttavia, secondo le stime più accreditate diffuse da analisti del settore (come la rivista specializzata La Tecnica della Scuola), il fenomeno è considerato estremamente marginale, ovvero solo una percentuale vicina allo 0,005% sul totale della popolazione scolastica femminile indossa il burqa o niqab, ovvero una alunna ogni 660 classi. Il provvedimento appare quindi, discriminatorio e scollegato dalla realtà. 

Inoltre il decreto stabilisce che se le barriere linguistiche all’interno della famiglia pregiudicano il rendimento del figlio o della figlia, la scuola può segnalare il problema ai servizi sociali. Come se non bastasse i genitori sono così obbligati a frequentare corsi gratuiti di alfabetizzazione, rischiando multe da 200 a 1.000 euro in caso di mancata frequenza. 

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Pubblicato da: Cobas Veneto

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