Francia – Il movimento che non aspettavamo più!
Ci sono voluti dunque gli studenti medi per uscire dallo strano stato di letargia che, mese dopo mese, rischiava di impadronirsi di noi. A forza di attendere la scadenza elettorale della prossima primavera, di osservare l’estrema destra galoppare in testa ai sondaggi con ampio distacco, la guerra estendersi, il genocidio del popolo palestinese proseguire, le nostre condizioni di vita – lavoro, scuola, casa, tempo libero – degradarsi al ritmo della congiuntura economica nazionale e internazionale.
Mesi passati a osservare la sinistra radicale dare battaglia sul terreno istituzionale, senza sapere bene che fare, come posizionarci, come partecipare allo scontro. È stato necessario attendere loro perché le università si risvegliassero. E, soprattutto, per veder sorgere il movimento che non ci aspettavamo: quello che sintetizza tutte le lotte di questi ultimi anni, dai Gilets Jaunes alle sommosse per Nahel, dalle mobilitazioni sindacali contro la riforma delle pensioni al movimento di solidarietà con la Palestina.
Perché, se ci sarebbero moltissime cose da dire su questo movimento degli studenti medi, e ormai anche universitario, cominciato a metà settembre – la creatività, l’intelligenza collettiva, il coraggio, il senso dell’ironia necessario a ogni critica del potere che voglia dirsi seria –, la prima è senza dubbio il modo in cui sembra condensare da solo la sequenza di mobilitazione di questi ultimi dieci anni.
La sua composizione sociale è specifica, certo: per il momento si tratta proprio di un movimento di giovani, nato in banlieue e i cui protagonisti sono in gran parte minorenni, molti dei quali con origini migratorie, che si sono mobilitati perché le loro condizioni di studio e di vita non erano più accettabili, perché la soglia di tolleranza delle ingiustizie vissute, o osservate, era stata ampiamente superata. Ma la sua composizione politica, come avrebbero detto i vecchi operaisti italiani, è ben più complessa: porta in sé la stratificazione soggettiva di un decennio di lotte che ha visto soggetti a prima vista molto diversi tra loro – sindacalisti, Gilets Jaunes, giovani rivoltosi non bianchi – dare battaglia a turno, raramente insieme, raramente con le stesse parole d’ordine e le stesse pratiche.
È la famosa frammentazione delle lotte, quella a cui si dovrebbe porre rimedio grazie a una strategica e necessaria «convergenza». Ora, basta andare oggi davanti al blocco di un liceo o a una manifestazione per ritrovare tutta l’allegra brigata rappresentata, nelle parole d’ordine, nelle pratiche o nei codici estetici: i Gilets Jaunes, che hanno conosciuto da bambini, quando capitava loro di manifestare nei cortili delle scuole cantando «Macron démission», riappaiono tra le bandiere tricolori, i blocchi e la Marsigliese tornata a essere un canto di battaglia. Le rivolte per Nahel, assassinato dalla polizia nel 2023 a Nanterre, affiorano nell’estetica della sommossa e nelle parole d’ordine contro le violenze poliziesche. Anche le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni hanno lasciato la loro traccia, e quelle contro il genocidio a Gaza hanno riempito di bandiere palestinesi i blocchi e le manifestazioni degli studenti medi, con grande disperazione dei sionisti di ogni sponda, che vi scorgono l’ombra della France Insoumise, che tentano di dipingere come regia occulta del movimento, per meglio screditare in un colpo solo la mobilitazione studentesca e il partito politico, largamente sostenuto dai giovani mobilitati ma ben lontano dall’esserne all’origine o dall’esercitarvi un qualsivoglia controllo.
A ogni presa di parola i ragazzini oppongono una smentita superba a questo racconto ridicolo. Il livello di politicizzazione è impressionante. Si resta a bocca aperta davanti alla qualità dei loro interventi, in televisione, al megafono o al microfono di un influencer fascistoide rimasto lui stesso di stucco: chiari, politici ma non dogmatici, divertenti, precisi. Nel dimenticatoio della storia tutti gli uccelli del malaugurio che pontificavano su una generazione rovinata dai social network e dall’IA, atomizzata e individualista! Perché altri due aspetti vanno sottolineati: il carattere fortemente egualitario delle rivendicazioni – vogliamo una scuola migliore e la vogliamo per tutti – e, soprattutto, il carattere non difensivo della mobilitazione: non si esige il ritiro di una riforma né il semplice aumento di un bilancio, ma una vita migliore, un’istruzione migliore, prospettive per il futuro, e anche più tempo per il presente, per vivere qui e ora. E poco importa ciò che voi (le generazioni precedenti) avete accettato: è un problema vostro.
Siamo dunque di fronte a una generazione iper-politicizzata, solidale e ambiziosa. E una generazione capace anche, per il momento, di parlare a mondi – le banlieue, da cui è partita la mobilitazione, e i centri città, che hanno seguito poco dopo – e a frazioni di classe (quella dei Gilets Jaunes, di cui tutti sembrano attendere con impazienza l’arrivo il 17 ottobre [data lanciata sui social per una mobilitazione nazionale contro il carovita, che richiama il 17 novembre 2018, primo giorno dei Gilets Jaunes, N.d.R.], quella che si è mobilitata contro la riforma delle pensioni e quella che si è rivoltata contro le violenze poliziesche) che finora sembravano faticare a capirsi, e ancor più a mettersi in movimento insieme.
Il potenziale in termini di ricomposizione politica è dunque enorme, ma la partita è tutta da giocare. Tre ordini di problemi sembrano segnare la sequenza.






