La riforma degli istituti tecnici è la conferma di una scuola sempre più ancella del mercato, dove la skolé diventa un lusso per pochi.
Ho atteso sino all’ultimo per scrivere queste parole perché speravo di non doverlo fare. E invece, una volta di più tocca riconoscere la candida ingenuità politica, per così dire, di chi ancora si stupisce di fronte alla ormai usuale rimozione delle più scontate procedure democratiche di confronto e di dialettica tra i cosiddetti “corpi intermedi” e alla serena eloquenza dei fatti compiuti.
L’avvio della cosiddetta riforma dei tecnici è cosa destinata a partire con le prime classi del presente anno scolastico, nonostante vi fossero, a riguardo, l’assennata perplessità – che con il tempo ha preso la forma di un’animata opposizione – di moltissimi organi collegiali in tutta Italia (qui una pagina ne raccoglie un elenco, non esaustivo) e le osservazioni critiche del Consiglio superiore della pubblica istruzione, seraficamente ignorate, nella sostanza, dal ministro. Si applicherà a tutte le classi prime e procederà poi di anno in anno, fino alle quinte nel 2030/31.
In concreto, la sua traduzione giuridica attraversa due governi. Il governo Draghi ne ha stabilito l’impianto con l’articolo 26 del d.l. nr. 144/2022, uno dei provvedimenti che attuava il PNRR: la finalità esplicita era quella di “adeguare costantemente” i curricoli alle competenze richieste dal settore produttivo e alle innovazioni dell’“industria 4.0”. Il governo Meloni, con il d.l. nr. 45/2025, ne ha fissato tempi e percorso attuativo; il d.m. nr. 29 del 19 febbraio 2026, firmato dal ministro dell’Istruzione (e del merito) Valditara, ha poi definito indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento. La riforma, dunque, non nasce interamente con l’attuale esecutivo: affonda le proprie radici ideologiche e retoriche nell’egemonia ormai più che trentennale del liberismo, secondo il quale nulla ha ragione di esistere se non contribuisce, direttamente o indirettamente, alla produzione di profitto; al governo attuale appartengono però la responsabilità della forma concreta che ha assunto e la decisione di applicarla da quest’anno.
A cambiare è soprattutto l’architettura del curricolo, ripartito fra un’area di istruzione generale nazionale e un’area di indirizzo flessibile, che può comprendere un’“area territoriale” coerente con i fabbisogni delle aziende che stanno nel bacino di utenza dell’istituto. Le scuole dispongono cioè di margini per rimodulare orari e insegnamenti in funzione delle esigenze del “territorio”, particolarmente ampi nel quinto anno. La didattica dovrebbe organizzarsi per competenze, unità di apprendimento e “compiti di realtà”, con una progettazione interdisciplinare e laboratoriale – un gergo pedagoghese che connota tutti i provvedimenti su scuola e dintorni degli ultimi anni; vengono inoltre rafforzati i raccordi con gli ITS Academy e le lauree professionalizzanti. Sono poi modificate le ore delle discipline, ne vengono accorpate alcune e si trasferisce alle scuole una parte delle decisioni necessarie a far funzionare i nuovi quadri orari.
Il principio complessivo del riordino, esplicitato dal primo articolo del decreto ministeriale, è il legame con il sistema produttivo: “adeguare i curricoli alle esigenze in termini di competenze del settore produttivo nazionale” e “allineare i curricoli degli istituti tecnici alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo”. Il decreto prevede dunque l’“apporto formativo” delle imprese, periodi di osservazione in azienda per i docenti delle discipline professionalizzanti e i “Patti educativi 4.0”: accordi fra scuole, imprese, enti di formazione, ITS, università e centri di ricerca per condividere risorse, laboratori e attività di formazione scuola-lavoro. Tutto ciò deve avvenire, secondo la consueta formula anodina, “senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.
Parallelamente, un altro provvedimento, approvato nel 2024, ha istituito la cosiddetta filiera “4+2”: percorsi quadriennali sperimentali di istruzione tecnica o professionale, attivati soltanto nelle scuole autorizzate, al termine dei quali è possibile proseguire per due anni in un ITS Academy. Il “4+2” non coincide dunque con il riordino dei normali istituti tecnici quinquennali: i due interventi sono giuridicamente distinti, ma procedono verso un orizzonte comune, costruendo una continuità più stretta fra scuola secondaria, istruzione terziaria tecnologica e imprese, nella quale a queste ultime è attribuito un peso via via crescente nella progettazione formativa. Tornando alla vera e propria riforma degli istituti tecnici, i problemi riguardano tre piani: il metodo con cui il riordino è stato introdotto, il merito delle trasformazioni e, più in generale, il mandato sociale attribuito all’istruzione tecnica.
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