Riportiamo qui di seguito la nota dell’associazione SAVE THE CHILDREN che inusulmente si esprime in maniera netta e categorica rispetto alla riforma degli ISTITUTI TECNICI definita dal MIM, accompagnandola con un Dossier che ne esplicita gli effetti e i danni reali.[GZ]
Il passaggio da cinque a quattro anni pone il tema della qualità e completezza della formazione: la riorganizzazione della didattica non deve ridurre lo spazio dedicato alle discipline di base e alle competenze civiche e culturali, fondamentali per sviluppare pensiero critico e autonomia.
Ma quanti studenti finora hanno scelto il modello 4+2? Il modello 4+2 è in crescita, ma resta ancora poco diffuso: nel 2026/27 ci sono state 10.532 iscrizioni, circa 5.000 in più rispetto all’anno precedente, pari però all’1,9% dei nuovi iscritti alle scuole superiori. Nei primi due anni di sperimentazione sono stati autorizzati 626 percorsi ma ne sono stati effettivamente avviati 442 in 307 scuole. A marzo 2026 sono stati autorizzati altri 532 percorsi, coinvolgendo oltre 700 istituti.
L’obiettivo della riforma è costruire una filiera più integrata, capace di mettere in relazione istituti tecnici e professionali, percorsi di Istruzione e Formazione Professionale, ITS Academy e mondo produttivo, rafforzando la continuità tra formazione, specializzazione e lavoro.
I dati in Italia: dispersione scolastica e disuguaglianze
Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto progressi nel contrasto alla dispersione scolastica. Oggi l’8,2% dei giovani tra i 18 e i 24 anni possiede al massimo la licenza media e non è inserito in percorsi di istruzione o formazione, i cosiddetti ELET – Early Leavers from Education and Training. Il dato è leggermente inferiore alla media dell’Unione europea, pari al 9,1%, con una differenza tra ragazzi (10,1%) e ragazze (6,2%)
Il miglioramento, però, non ha eliminato le disuguaglianze territoriali. Nelle Isole la dispersione arriva al 13,7%, mentre nel Nord Est si ferma al 6,8%. Anche il tipo di scuola frequentata incide: negli istituti professionali il tasso di abbandono è del 5,3%, circa quattro volte quello dei licei, dove è pari all’1,3%, e negli istituti tecnici raggiunge il 3,7%.
La probabilità di completare il secondo ciclo di istruzione è influenzata da fattori come:
- il livello di istruzione della famiglia: tra i giovani con genitori che possiedono al massimo la licenza media, gli ELET sono il 20,7%. La percentuale scende al 3,9% quando i genitori sono diplomati e all’1,1% quando sono laureati.
- cittadinanza: tra i giovani con cittadinanza straniera la dispersione raggiunge il 26,2%, circa 20 punti percentuali in più rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana, con le differenze maggiori tra chi è arrivato in Italia dopo i 10 anni.
Le scelte degli studenti e le differenze territoriali
Uno degli obiettivi della riforma è valorizzare l’istruzione tecnica e professionale, superando il pregiudizio ancora diffuso secondo cui il liceo sarebbe la scelta dei ragazzi “più bravi”, mentre i percorsi tecnico-professionali sarebbero adatti a chi è meno motivato.
Negli ultimi dieci anni le scelte si sono spostate verso i licei:
- tra il 2015/16 e il 2024/25, con un numero complessivo di studenti pressoché invariato, i licei hanno guadagnato oltre 100 mila studenti, i professionali ne hanno persi 103 mila e i tecnici sono rimasti stabili.
- Per l’anno scolastico 2026/27 il 55,9% sceglie un liceo, il 30,8% un tecnico e il 13,3% un professionale.
Restano forti differenze di genere (2024/25): le ragazze sono il 61,5% nei licei, il 31,8% nei tecnici e il 44,2% nei professionali. Anche il territorio incide: in Lazio, Sicilia, Abruzzo, Campania, Molise e Umbria oltre il 60% sceglie il liceo; in Veneto ed Emilia-Romagna prevalgono gli indirizzi tecnico e professionale, mentre in Lombardia la distribuzione è quasi paritaria.
Osservando i percorsi di IeFP, l’80,7% degli iscritti al primo anno frequenta istituzioni formative accreditate e il 19,3% istituti scolastici. La distribuzione è fortemente squilibrata verso il Nord (67,4% degli iscritti dal primo al quarto anno, contro 11,2% al Centro e 21,4% nel Mezzogiorno). Gli studenti con cittadinanza straniera rappresentano il 20,6% degli iscritti al primo anno e tra il 2017/18 e il 2023/24, gli iscritti al primo anno sono diminuiti del 37,7% e solo il 10% arriva al quarto anno, necessario per il diploma.
È centrale anche il rapporto con il lavoro: in Italia oltre 1,6 milioni di profili tecnici rischiano di rimanere scoperti e nel 2025 le imprese hanno dichiarato difficoltà nel reperire diplomati tecnici e professionali nel 47% dei casi e diplomati ITS Academy nel 57,3%. Rafforzare il legame formazione-lavoro non significa però attribuire alla scuola la responsabilità di tutti gli squilibri: servono occupazioni qualificate, retribuzioni adeguate e prospettive di crescita, oltre a investimenti in innovazione, politiche industriali e qualità del lavoro. Anche l’emigrazione giovanile, con decine di migliaia di giovani che ogni anno lasciano l’Italia, evidenzia la necessità di ricostruire fiducia attraverso una responsabilità condivisa tra scuola, formazione professionale, imprese, università, sindacati, Terzo settore e istituzioni.
Il rischio di una “selezione implicita”
Una delle principali questioni sollevate dal dossier è il rischio di una “selezione implicita”: creare nuovi percorsi non garantisce automaticamente che siano accessibili a tutti. A ostacolarne l’accesso possono contribuire mancanza di informazioni, difficoltà economiche, distanza delle scuole, costi di trasporti e attrezzature, differenze nell’offerta formativa e rigidità nei passaggi tra percorsi. Se questi ostacoli si concentrano sugli stessi studenti, le opportunità rischiano di restringersi proprio per chi parte da condizioni meno favorevoli. Le reti territoriali tra scuole, enti di formazione, ITS Academy e altri soggetti possono rendere la riforma più comprensibile e accessibile….






