Gli italiani residenti all’estero iscritti all’AIRE sono oltre 6,4 milioni, a cui si aggiungono circa 18,7 milioni di partenze storiche tra il 1861 e il 1985 e fino a 80 milioni di discendenti nel mondo.
Dopo la crisi del 2008, gli espatri sono cresciuti costantemente, toccando nel 2024 il record storico di 155.732 partenze. L’Europa resta il baricentro della mobilità italiana (76% degli espatri), con Regno Unito, Germania e Svizzera in testa. Negli anni però la mobilità si è fatta più circolare e complessa: si parte, si ritorna, si riparte. Accanto ai giovani, tra gli italiani residenti all’estero crescono anche le donne (+115,9% in vent’anni, dati Aire) e gli over 50, spesso nonni o lavoratori che raggiungono figli e nipoti all’estero. Le costanti? Una spinta migratoria legata a fragilità strutturali del Paese e a un sistema bloccato – lavoro precario, disuguaglianze territoriali, riconoscimento del “merito” – ma anche una dimensione di scelta, curiosità e progettualità personale.

“Sappiamo molto di più dell’emigrazione, ma forse sappiamo ancora poco degli italiani nel mondo”, si leggeva nella Presentazione della prima edizione del RIM. Lo speciale del Rapporto 2025, “Oltre la fuga: talenti, cervelli o braccia?” – 22 saggi che abbracciano i cinque Continenti – invita a superare la visione riduttiva e quasi tragica dell’espatrio e della mobilità come mera “perdita, strappo, trauma”. I dati e le testimonianze raccolte poi dimostrano che non partono solo ricercatori/laureati e che, anzi, prevalgono i diplomati. Il filo comune non è la fuga, ma una scelta, alla ricerca di dignità, riconoscimento e mobilità sociale. “Il grande bluff – si legge nel Rapporto – non è tra cervelli o braccia, ma nel non riconoscere che tutti sono talenti”. Non basta trattenerli, né rimpiangerli: serve coinvolgerli nella costruzione di nuove visioni collettive. [da rapporto MIGRANTES 2025]
PAGARE PER POTER (forse) INSEGNARE
Oltre 50.000 insegnanti più o meno precari a settembre devono preparare la valigia per poter lavorare per periodi più o meno lunghi lontano dai luoghi di residenza, con i relativi costi aggiuntivi.
…………..in Italia, insegnare non è soltanto un lavoro: è un tributo. Devi pagare per avere il diritto di presentarti. Devi pagare per accedere ai percorsi abilitanti, ai tirocini, alle certificazioni, ai master, ai corsi, agli attestati che servono a farti punteggio in graduatoria. Devi pagare per dimostrare che sai stare in classe. Devi pagare per essere considerato, almeno in teoria, degno di entrare in una scuola che dovrebbe appartenere a tutti. E mentre paghi, ti raccontano che è meritocrazia. Ti parlano di qualità. Ti parlano di selezione. Ti parlano di formazione continua. Ma la verità è più semplice e più feroce: hanno monetizzato l’accesso al lavoro pubblico. Hanno trasformato il sapere in una tassa. Hanno reso la vocazione un lusso. Vuoi fare il lavoro che forse più di tutti gli altri ti permette un monte ore umano, la quantità di giorni di vacanza più dignitosa? Allora devi pagare. Se sei povero e non puoi permetterlo, puoi andare a fare qualcos’altro. E io che pensavo che l’accesso all’insegnamento dovesse essere gratuito e accessibile a tutti.
Questa è la forma concreta del ricatto. Non un ricatto emotivo, non soltanto. Un ricatto materiale, economico, politico. Se vuoi insegnare devi avere soldi. Se non hai soldi devi cercare scorciatoie. Se non puoi permetterti il TFA o il percorso abilitante o l’ennesimo master, allora devi arrangiarti, accumulare anni, sperare in un varco, fare supplenze, attraversare graduatorie, vivere sospeso. Oppure devi uscire dal paese, andare in Spagna o altrove, comprare a peso d’oro un’abilitazione, farti riconoscere il titolo in Italia, rientrare in un circuito che già sa come spremerti. E allora ti accorgi che la libertà di movimento, tanto celebrata dai discorsi ufficiali, è in realtà una libertà per i ricchi e un obbligo per i poveri. I ricchi scelgono. I poveri fuggono. I ricchi costruiscono itinerari. I poveri cercano una via di sopravvivenza.
Io ho visto persone straordinarie restare impigliate in questo meccanismo. Persone brillanti, generose, solidissime, con competenze vere, con anni di studio, con una capacità autentica di stare in relazione con gli studenti, eppure bloccate fuori, non perché incapaci ma perché prive del capitale iniziale necessario a comprare il passaggio.La scuola non è neutra, non è mai stata neutra. È un campo di forze. È una soglia di classe. È un filtro che decide per noi. In questo paese, troppo spesso, i nostri “titoli” aprono soltanto la lista delle spese che ancora ti mancano per poterti presentare. E se non paghi, resti fuori. Non perché non sai. Perché non puoi permettertelo.
Non riesco a non provare rabbia. Una rabbia che non è solo personale, perché la mia storia non è solo mia. È la storia di una generazione (non in termini anagrafici) intera costretta a fare i conti con una scuola e un’università che chiedono sempre più lavoro, sempre più disponibilità, sempre più competenze, e restituiscono sempre meno sicurezza, meno tempo, meno salario, meno riconoscimento. È una rabbia che nasce quando capisci che il problema non è la tua resistenza individuale ma la forma sociale della tua esclusione. È una rabbia che diventa politica nel momento in cui smetti di chiederti “perché io?” e cominci a chiederti “perché così?”. Perché insegnare deve costare? Perché il titolo non basta? Perché il punteggio si compra? Perché la scuola pubblica si è lasciata colonizzare da un lessico aziendale che chiama “valorizzazione” ciò che è in realtà stratificazione delle disuguaglianze?
Il “mio” viaggio (che poi è un viaggio collettivo) mi ha permesso di non pensare il reale come una somma di individui isolati, ma come una trama di relazioni, composizioni, alleanze, differenze in atto, come un tessuto di piccole idee, di affetti, di scontri, di correnti, di imitazioni, di invenzioni che circolano tra corpi e ambienti, sempre in rapporto a un fondo transindividuale, per il quale nessuno si produce da solo: non c’è ambiente senza rapporti di potere, non c’è soggettività senza istituzioni, non c’è cura dell’aria se non si cura anche la forma dei legami. E allora guardo la mia situazione e la vedo per quello che è: non una semplice infelicità privata, ma una frattura nelle forme dell’alleanza collettiva.
L’impasse in cui mi trovo è la seguente.
Continuo a vivere all’estero, in un territorio che non sento davvero vicino, in un ambiente che non è quello in cui avrei mai immaginato di costruire la mia vita, lontano dalla mia terra, dalla mia lingua quotidiana, dagli affetti che mi hanno formato. È un luogo che, con il passare del tempo, sento pesare sempre di più sul mio equilibrio mentale. Eppure qui ho qualcosa che in Italia sembra diventato quasi un privilegio: la possibilità concreta di lavorare nella scuola, orari umani, una relativa stabilità, un sistema che, pur con tutti i suoi limiti, non pretende ogni volta di ricominciare da capo né di pagare continuamente il prezzo d’ingresso al proprio mestiere.
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Centro studi per la Scuola Pubblica
Via Monsignor Fortin 44 – Padova
Il CESP, Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova, è nato nel luglio del 2004. In questi anni, oltre a promuovere dibattiti, presentazioni di libri, rassegne cinematografiche e spettacoli teatrali inerenti al mondo dell’istruzione, ha sviluppato decine di convegni sul territorio.





