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SUPERIORI: Quadriennio versus Quinquennio

da | 19 Gen 2026 | Discussione, Materiali, Primo piano

di Beppi Zambon

Nel 2017 la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli (ex segretaria CGIL) propose una sperimentazione per ridurre da cinque a quattro anni la durata della scuola superiore. L’idea era quella di equiparare gli studenti italiani con quelli di altri paesi europei in cui la scuola dura meno e si accede all’università già a 18 anni. Fu avviato un “progetto pilota” in 100 scuole, per valutare poi un’estensione negli anni successivi. Da allora la sperimentazione è stata sempre rinnovata, ma senza riuscire a diffondersi davvero. Il numero totale delle scuole che l’hanno avviata è rimasto lo stesso negli ultimi nove anni, ma molte di quelle che avevano partecipato all’inizio hanno rinunciato, il progetto mnisteriale non è mai riuscito a convincere né una parte significativa delle famiglie né il mondo della scuola. Per il personale della scuola la riluttanza è stata evidente, con comunicati sindacali piuttosto duri, per i tagli dell’occupazione intrinseca al modello proposto e alle famiglie, agli studenti il messaggio è arrivato molto fiacco.

Nel 2017 infatti la sperimentazione fu proposta/avviata solo in una classe per ogni istituto coinvolto e gli studenti del percorso quadriennale dovevano raggiungere gli stessi obiettivi didattici degli altri. Per questo le ore di scuola poterono aumentare da circa 900 a 1050 all’anno. In molte scuole questo significava rientri pomeridiani e lezioni anche il sabato. L’esame di maturità restava identico. Per evitare squilibri tra le sezioni la sperimentazione prevedeva che le classi quadriennali venissero formate con studenti che avevano ottenuto i voti più alti alle scuole medie. Non era consentito l’accesso a chi era stato bocciato o a chi cercava di abbreviare il proprio percorso scolastico. Insomma come un percorso scolastico per una élite.

Quindi la proposta quadriennale rimane una fissazione dei ministri dell’Istruzione a prescindere dal loro orientamento politico, più che radicarsi ed esprimere un bisogno del mondo della scuola. Questo si è riflesso nei numeri: dal 2017 a oggi i tassi di adesione sono rimasti pressoché invariati. Nel 2021 l’allora ministro Bianchi si era posto un obiettivo di 1000 scuole, che non è mai stato raggiunto. Quest’anno scolastico i rinnovi sono stati 101, un numero vicino a quello iniziale e molto lontano dagli obiettivi dichiarati.
La spinta è stata ed è di appannaggio degli ambienti europeisti confindustriali infatti l’unica analisi disponibile è quella condotta dalla Fondazione Agnelli, che ha confrontato un campione di scuole in cui erano attivi sia i percorsi quadriennali sia quelli tradizionali quinquennali. Da qui emerge che i diplomati dei percorsi quadriennali ottengono in media voti leggermente più alti alla maturità. La Fondazione Agnelli spiega però questa differenza c’entra con il fatto che gli studenti selezionati per i corsi quadriennali erano già, alle scuole medie, quelli con i risultati migliori. All’università, infatti, il quadro si ribalta: gli studenti diplomati nei percorsi quinquennali ottengono risultati migliori sia in termini di voti sia di numero di esami superati, accumulando più crediti formativi. Negli istituti tecnici quadriennali il numero di studenti che non si sono iscritti all’università e che, a due anni dal diploma, non avevano avuto una offerta di lavoro era superiore rispetto a quello delle classi quinquennali.

Ora siamo prossimi, da quanto si intravede, ad una imposizione ministeriale – dall’alto – di un percorso quadriennale che non si vuole più procrastinare col rischio di creare una specie di ibrido: un doppio canale formativo, che discrimina socialmente il percorso dell’istruzione superiore. Sarebbe utile un approfondimento collettivo e condiviso per affrontare consapevolmente e a viso aperto il cambiamento che si sta imponendo ad un segmento fondamentale del mondo della scuola.

Pubblicato da: Redazione Cobas e Cesp Veneto

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