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La legge del più forte

da | 6 Gen 2026 | Materiali, Webpress

di Luigi Ferraioli (ilmanifesto.it)

L’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela – un «attacco spettacolare» l’ha chiamata lo stesso Donald Trump – è un atto criminale, ancor più grave, per la sua ostentata e compiaciuta brutalità, della criminale aggressione della Russia di Putin all’Ucraina. L’elenco dei crimini è lungo e variegato: la violazione della proibizione, nell’art. 2 della carta dell’Onu, dell’uso della forza contro uno Stato sovrano, qualificato come crimine di aggressione dall’articolo 5 dello statuto della Corte penale internazionale; l’assassinio di almeno 80 persone, che hanno perso la vita a causa dei bombardamenti sul Parlamento del Venezuela, sul palazzo del governo, su aeroporti, caserme e basi miliari.

E ancora: il sequestro di persona del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie, catturati dagli aggressori entrati arbitrariamente nella loro abitazione; la violazione della Costituzione degli Stati Uniti, il cui primo articolo, nella sezione 8, affida le decisioni in materia di guerra al Congresso, il quale invece non è stato neppure informato dell’aggressione.

Il fatto che Nicolás Maduro sia un dittatore nulla toglie alla gravità di questi crimini. Il narcotraffico, ovviamente, è un pretesto. I veri obiettivi sono due: l’immenso petrolio venezuelano e, soprattutto, la dimostrazione al pianeta di chi è il vero sovrano del mondo.

Trump non solo si è vantato, come sempre, della sua eccezionalità e della sua potenza militare, ma ha dichiarato che il Venezuela sarà d’ora in poi governato dagli Stati Uniti, dunque che è una terra di conquista; al punto, se sarà necessario, che è già programmata una seconda aggressione militare. Ha progettato il sostanziale controllo del petrolio venezuelano come “roba nostra” e i molti miliardi che ne verranno alle compagnie statunitensi. Ha minacciato l’intera America Latina, a cominciare da Cuba e dalla Colombia, ma anche il mondo intero, al quale ha esibito l’indiscutibile superpotenza militare degli Stati Uniti.

L’aspetto più penoso della vicenda è stato il sostanziale silenzio dell’Unione Europea e dei suoi stati membri e addirittura la sua giustificazione da parte del governo italiano. Per quattro anni in Europa si è inveito quotidianamente contro Putin, ripetendo che da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito. Oggi, di fronte, di nuovo, a un’aggressione, nella quale da una parte c’è un aggressore e dall’altra un aggredito, la mancata indignazione dell’Unione annulla la già debole credibilità dell’intera politica europea, incapace in quattro anni di una sola iniziativa diplomatica nei confronti della Russia. Il vanto incontrastato di Trump per l’operazione segnala apertamente il crollo del diritto internazionale, sostituito dalla legge del più forte, ostentata del resto, e non solo praticata, anche dagli altri autocrati suoi alleati, Putin e Netanyahu.

Questa generale, esplicita abdicazione del diritto internazionale avrà l’effetto di rendere d’ora in poi legittima e scontata qualunque sua violazione, passata e futura: ieri l’invasione russa dell’Ucraina, domani quella cinese di Taiwan e poi altre ancora, da Cuba alla Groenlandia, già del resto apertamente minacciate. Fino alla normalizzazione e alla mondializzazione delle guerre di aggressione.

Mai come oggi sarebbe perciò necessaria, per fermare questa deriva, una reazione istituzionale, senza la quale il diritto internazionale cesserà di esistere: anzitutto l’incriminazione di Trump, come già quella di Putin e quella di Netanyahu, da parte della Corte penale internazionale, i cui membri, tuttavia, sono stati più volte, da questi stessi criminali, aggrediti, minacciati e pesantemente intimiditi; in secondo luogo una condanna politica, decisa a maggioranza, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, oltre che di tutti i paesi che ancora credono nelle ragioni del diritto; in terzo luogo la mobilitazione in tutto il mondo delle forze pacifiste e, più semplicemente, di tutte le persone civili. L’impunità del crimine, la sua passiva e spaventata accettazione, la sottomissione alla sua violenza e prepotenza equivalgono sempre alla sua legittimazione.

Il 3 gennaio ha segnato una svolta nel già dissestato diritto internazionale. Dopo le tante guerre – alla Serbia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Libia – contrabbandate con le ipocrite qualifiche di guerra etica, esportazione della democrazia, difesa preventiva e simili – è stata proclamata ufficialmente, dalla più grande potenza militare del mondo, la legge del più forte. Questa legge selvaggia, in un mondo nel quale la forza è quella di 12.000 testate nucleari divise tra ben nove potenze, quasi tutte animate dalla logica del nemico, equivale, prima o poi, all’autodistruzione del genere umano.

La sola alternativa, improbabile ma possibile, è, come sempre, una rifondazione costituzionale della carta dell’Onu, che non si limiti a proclamare la pace, ma introduca la sola garanzia che renda impossibile le guerre: la messa al bando delle armi – di tutte le armi concepite per uccidere – tramite la previsione e la severa punizione della loro produzione e del loro commercio come crimini gravissimi contro l’umanità.

Nell’interesse di tutti, fuorché degli attuali padroni del mondo. È un’utopia, certamente. Ma è la sola cosa che abbiamo. Consiste in una prospettiva, solo lontanamente possibile, ma che, proprio per questo, abbiamo tutti il dovere di perseguire.

Pubblicato da: Redazione Cobas e Cesp Veneto

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