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INVALSI NEL CURRICULUM dello studente

da | 26 Mag 2024 | Cesp, Discussione, Materiali, Primo piano

di AA.VV.

il 9 maggio alcuni di noi hanno fatto sciopero per testimoniare e/o boicottare la somministrazione delle prove INVALSI. Uno sciopero a cui ha aderito l’1,5% del personale scolastico: uno sciopero simbolico a cui sempre meno persone aderiscono. Abbiamo scioperato e manifestato per 10 anni contro l’INVALSI e, comunque, oggi i suoi risultati sono divenuti curricolari: proprio quello che con forza abbiamo tentato di contrastare. Abbiamo perso, le nostre critiche non hanno sortito effetti. Ma, pensiamo, non perchè il percorso/progetto che sta dietro la sperimentazione e poi l’attuazione in corso da oltre un decennio abbia convinto i soggetti coivolti (studenti/insegnanti/genitori) della sua bontà ovvero utilità ovvero efficacia concreta, bensì per scoramento, disillusione, adeguamento, adattamento a ciò che ci viene propinato.
E’ la sordità della governance ministeriale a tutto quanto di critico e/o di propositivo è stato prodotto dal mondo e nel mondo della scuola attorno ai percorsi formativi. Una sordità che a lungo andare produce appunto l’adeguamento amorfo alle indicazioni ministeriali. La resilienza non è sufficiente. Manca la voglia, il desiderio di alzare la testa per affermare il ruolo primario dei percorsi educativi ovvero il fornire gli strumenti per comprendere ciò che ci circonda, per vivere in modo autonomo e partecipare attivamente alla società.
Gli standard sono altro. Sono propri del mercato delle merci.
Ecco dunque che vi proponiamo una parte di un recente intervento sull’argomento di Eusebio Chiefari pubblicato su roars.it. G.Z.

A cosa servono i test?

I livelli di apprendimento conseguiti nelle prove Invalsi dovranno essere indicati, in forma descrittiva, in una specifica sezione del curriculum dello studente allegato al diploma di scuola superiore. È quanto prevede, tra l’altro, il decreto legge n. 19 del 2 marzo 2024, riguardante misure per l’attuazione del «Piano nazionale di ripresa e resilienza», ricalcando una norma già contenuta in uno dei decreti sulla «Buona scuola» (d. lgs. n. 62/2017) ma finora rinviata. L’inserimento dei risultati delle prove Invalsi nel curriculum dello studente è, a nostro avviso, una scelta discutibile per una serie di ragioni.

Partiamo dalle finalità delle prove Invalsi. Per come dichiarato nel suo statuto (art. 2), l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione (Invalsi), ha la finalità di promuovere «il miglioramento dei livelli di istruzione e della qualità del capitale umano, contribuendo allo sviluppo e alla crescita del sistema d’istruzione, motore di sviluppo dell’economia italiana e promotore di equità sociale». Ai sensi della normativa sul segreto statistico (D. lgs. n. 322/89) i dati raccolti dall’Invalsi «non possono essere comunicati o diffusi se non in forma aggregata e secondo modalità che rendano non identificabili gli interessati ad alcun soggetto esterno, pubblico o privato, né ad alcun ufficio della pubblica amministrazione». La ragione di ciò, come spiega lo stesso Istituto, è che «le prove non valutano gli studenti come fanno gli insegnanti, ma esaminano i loro esiti di apprendimento e lo stato di salute del sistema scolastico».

In pratica, i risultati dei test Invalsi dovrebbero servire a indirizzare la politica scolastica verso interventi mirati, atti a colmare le lacune formative e correggere le disparità tra scuole o tra aree geografiche. Non dovrebbero servire, invece, per fornire informazioni a terzi sulle competenze degli studenti. Al più, nel rispetto della privacy, i risultati dei singoli studenti potrebbero aiutare i docenti a individuare situazioni di disagio su cui intervenire con appropriati strumenti didattici. Per tali ragioni, i risultati individuali dei test dovrebbero rimanere riservati e il loro utilizzo limitato all’interno del sistema scolastico.

Alla luce delle finalità sopra richiamate, l’argomentazione secondo la quale i risultati dei test Invalsi fornirebbero ai terzi interessati, come i futuri datori di lavoro, utili informazioni sulle competenze acquisite dagli studenti, appare quantomeno discutibile. Purtroppo, come accaduto in altri casi, nel nostro paese strumenti di valutazione pensati per specifici obiettivi, per una sorta di eterogenesi dei fini, vengono utilizzati per scopi diversi da quelli originari.

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Pubblicato da: Cesp Veneto

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