Il velo di ipocrisia si è finalmente strappato. A squarciarlo, riportando il conflitto sociale su un piano radicalmente materiale, sono stati ancora una volta i corpi di chi non ha nulla da perdere: i giovani, gli studenti, le periferie. Non esplodono nel vuoto: in questi anni le piazze le abbiamo attraversate e respirate, le maree transfemministe, le lotte per la giustizia climatica, le mobilitazioni per la Palestina.
Oggi, quella forza si salda all’urgenza nuda e cruda delle condizioni di vita, alla rabbia contro il carovita e l’erosione drammatica dei salari, innescando un’esplosione di massa.
Di fronte a questo scontento che esonda, il Ministero e il governo ci chiedono di fare, di riportare l’ordine, di disciplinare, di spegnere. E noi docenti? Da che parte stiamo scegliendo di stare? È tempo di guardarci allo specchio e di fare i conti con la nostra responsabilità politica e quotidiana.
Oggi, l’unico atto di fedeltà possibile verso la nostra professione e verso chi ci siede davanti ogni mattina è la pratica attiva e collettiva della diserzione. Ci chiedono di condannare senza appello le proteste, di indignarci per il disordine e per le vetrine infrante. Ma noi dobbiamo disertare questa narrazione moralistica. È troppo facile, e intimamente vile, chiudersi nelle sale professori a bollare i nostri ragazzi come “adolescenti violenti”, facendo eco alla stampa benpensante, senza voler guardare in faccia la violenza strutturale che li schiaccia e di cui la nostra istituzione è spesso veicolo.
Guardiamole, le nostre classi.
C’è un attacco feroce contro le seconde generazioni e le persone razzializzate: giovani nati o cresciuti qui, che noi stessi incanaliamo troppo spesso nei circuiti formativi di serie B, respinti dalla cittadinanza, invisibilizzati e destinati allo sfruttamento. E quando la loro rabbia esplode, ci si scandalizza per le scarpe da ginnastica griffate portate via dai negozi saccheggiati. Quelle scarpe costano quanto l’intero stipendio mensile dei genitori di questi ragazzi. A questa sperequazione oscena lo Stato risponde con il DDL Sicurezza: criminalizzazione preventiva, manganelli sui minorenni e idranti sulle ambulanze.
Disertare significa smettere di essere, dentro l’aula, i complici silenziosi di questo accanimento.
Smettiamo di nasconderci. La scuola, sussunta nell’economia di guerra e nel modello neoliberale, ci vuole burocrati spietati, e troppi di noi hanno accettato questo ruolo senza opporre resistenza. Abbiamo permesso che ci imponessero ritmi, comandi e logiche aziendali. Ci siamo trasformati in somministratori di test, in compilatori seriali di griglie, ostinandoci a valutare “competenze” vuote anziché costruire pensiero critico. Il risultato? Stiamo macinando la salute mentale di un’intera generazione, e lo stiamo facendo con le nostre mani.
L’ansia, gli attacchi di panico e la depressione dei nostri studenti non sono fragilità cliniche individuali: sono il sintomo politico di una scuola performativa che non educa più, ma seleziona, addestra e punisce. Dobbiamo disertare questo ingranaggio. Smettiamo di patologizzare il disagio dei ragazzi per assolverci. Smettiamo di comportarci da kapò in un sistema che li vuole docili e costantemente in competizione. Lo spazio per il dissenso si sta chiudendo, lo dimostrano le minacce disciplinari e le censure istituzionali contro chi osa denunciare pubblicamente l’arroganza reazionaria del ministero.
Se l’obiettivo è colpirne uno per educarne cento, la nostra risposta non può essere il bisbiglio in corridoio: deve essere disertare in massa. Siamo i lavoratori cognitivi meno pagati d’Europa, precari a vita, schiacciati in scuole che cadono a pezzi. Il “governo del merito” ci dice che non ci sono soldi per l’edilizia, per assumere chi lavora con contratti a termine da dieci anni, o per istituire un reddito scolastico che salvi dalla dispersione chi vive in povertà assoluta.
Eppure, i soldi ci sono: l’Europa è pronta a bruciare 6.000 miliardi di euro per l’industria bellica, imponendo l’austerità sui servizi pubblici. I fondi sterminati per le armi sono l’ammissione spudorata che la ricchezza esiste, ma viene dirottata sul massacro.
Non ci bastano i progetti sulla pace: dobbiamo pretendere che quelle risorse vengano prese di peso e spostate immediatamente sulle scuole, sugli ospedali, sui salari e sul taglio dei costi energetici. Colleghi, disertare non significa fuggire o fare finta di niente.






