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La scuola è un’impresa

da | 27 Mag 2026 | Cesp, Materiali, Primo piano, Webpress

di Cristina Morini (effimera.org)

Postiamo qui di seguito alcuni passaggi di un articolo di Cristina Morini pubblicato su “effimera” il 18 maggio ’26. Buona lettura.

…..Secondo l’Istituto nazionale di statistica nel 2024 la percentuale di 25-34enni in possesso di un titolo universitario è pari al 31,6 per cento, quota che, sebbene in lieve aumento, è decisamente al di sotto del 44,1 per cento della media europea (il 52,6 per cento in Spagna e il 53,4 per cento in Francia), ponendo l’Italia al penultimo posto nella graduatoria UE27 (ultima la Romania). Del resto, l’Istat regista che, complessivamente, tra i 20 e gli 89 anni, la percentuale di popolazione in possesso di un titolo universitario è del 16,8 per cento, posizionando l’Italia tra gli ultimi posti in Europa[2].

Si aggiunga che i laureati che negli scorsi 10 anni hanno lasciato l’Italia sono circa 97 mila. Solo nel 2024, 191 mila persone in generale hanno abbandonato il Paese, ma a destare preoccupazione è soprattutto l’aumento dell’espatrio tra i giovani tra i 25 e i 34 anni con una laurea: 21 mila nel 2023, un record storico.

Del resto, la struttura produttiva italiana è fortemente incentrata sul lavoro autonomo e su micro imprese (3,9 addetti in media, rilevazione Istat 2022) per lo più orientate alle attività manifatturiere e specializzate in alcuni comparti (il fatidico “Made in Italy”)[3]. Questo significa, traducendo, che il tessuto produttivo italiano tende a essere poco permeabile agli investimenti in proprietà intellettuale e R&S e a limitare la quota di spesa per impianti e macchinari, che include, per esempio, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT). In effetti, il baretto, la pizzeria, il terzista di macchine industriali, il produttore di formaggi di queste innovazioni, e di conseguenza di laureati, tendono a farsene poco…..

.In questo quadro, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il nuovo assetto ordinamentale degli istituti tecnici con il Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026  che traduce gli articoli 26 e 26-bis del decreto-legge 144/2022 e ridefinisce, in sostanza, diversi aspetti tra cui indirizzi, articolazioni, quadri orari e risultati di apprendimento dei nuovi percorsi di studio[5].

La riforma è stata, incredibilmente, resa nota solo il 9 marzo scorso quando molte famiglie avevano già effettuato l’iscrizione sulla base delle diverse regole preesistenti. Non ci sono state discussioni preliminari, al punto che le scuole hanno presentato una differente offerta formativa a studenti e genitori durate gli Open day. Ma essa entrerà comunque in vigore direttamente in settembre e il ministero ritiene che potrà ritenersi a regime entro cinque anni. Chiamala, se vuoi, democrazia.

Non più un biennio uguale per tutti gli indirizzi tecnici e poi la possibilità di scegliere la propria strada nel triennio, ma un’offerta formativa suddivisa fin dalla base in due macro settori: economico (Amministrazione, Finanza e Marketing; Turismo, Beni ambientali e Culturali) e tecnologico (Meccanica ed Energia, Trasporti e Logistica, Elettronica ed Elettrotecnica, e Informatica e Telecomunicazioni, oltre a Grafica, Chimica e Biotecnologie, Sistema Moda, Agraria e Costruzioni). L’elenco dettagliato delle articolazioni e dei diversi quadri orari sono consultabili nella nota ministeriale[6]. La struttura viene ricondotta a una cornice coerente con il  Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) dell’Istruzione tecnica previsto dal DL 45/2025, richiamato nel testo ministeriale.

Fondamentalmente, il piano formativo si articolerà su un 4+2. Ovvero diploma in quattro anni e due anni di ITS Academy con un allineamento diretto con il sistema produttivo. L’obiettivo principale è canalizzare gli studenti verso i percorsi ITS Academy (2 anni) post-diploma, considerati una via diretta per l’inserimento lavorativo. La riforma prevede la creazione di “campus” che dovrebbero collegare istituti tecnici riformati, professionali e ITS Academy……

….Gli obiettivi, tuttavia, non possono sfuggire. Viene smontata e resa meno uguale l’ispirazione del sistema nazionale di istruzione, nell’interpretazione più coerente del dettato costituzionale (uguaglianza, cultura e ricerca, libertà di insegnamento, diritto allo studio) che si era avuta con la liberalizzazione dell’accesso all’università, legge 11 dicembre 1969 n. 910.

Come l’università viene obbligatoriamente costretta a mantenere rapporti con le aziende, anche quando imbarazzanti e colluse con le guerre, anche la scuola superiore perde controllo sul perimetro che le è proprio e viene resa ancor più dipendente dalle relazioni con il sistema produttivo da cui, probabilmente, deriveranno ulteriori gradimenti e finanziamenti. Lo scopo è, inoltre, rendere più complicata, difficile, sin da piccoli, la capacità di interpretare il mondo e di scegliere il proprio modo di starci. La disparità generata da questo genere di relazioni e il rischio che non favoriscano rapporti educativi fondati sull’auto-determinazione, la non interferenza, il coinvolgimento attivo, ma piuttosto l’assoggettamento, la passivizzazione e la sempre più esplicita mercificazione della realtà e del vivente, pare piuttosto concreto[9]……..

Fino a ora, un diploma di istituto tecnico consentiva la possibilità di iscriversi a qualsiasi ordine di università, mentre oggi torna in auge il sistema scolastico fortemente selettivo della riforma di Giovanni Gentile del 1923, “la più fascista delle riforme” come la definì Benito Mussolini. Essa creò una differenziazione rigida dei percorsi dopo le elementari, con scuole medie orientate al proseguimento degli studi per alcuni e un triennio di avviamento professionale per altri. La legge 31 dicembre 1962 n. 1859 pose fine a questa evidente suddivisione di classe.

Con la fame di lavoro (ché è reddito) che c’è, molte famiglie, molti studenti sono da sempre attratti dai percorsi che promettono rapporti con le aziende e fanno sperare in percorsi e collegamenti diretti, convinti che sarà ciò che potrà garantire un impiego solido e duraturo. Ebbene, la possibilità di tenere assai lungamente in stage i giovani assunti (fino a un anno) e poi in apprendistato (due anni) indebolisce l’aspettativa. Bisognerebbe analizzare quanto di quel lavoro ottenuto è lavoro buono, è lavoro degno, è lavoro stabile ma, guarda un po’, mancano dati precisi.

Il problema non è che i ragazzi e le ragazze non abbiano voglia di studiare ma che il sistema, tanto più dopo questa riforma, rende lo studio un privilegio, non un diritto. In Italia le università costano sempre di più, gli affitti per gli studenti sono inaccessibili, gli stessi laureati finiscono, in Italia, per fare infiniti percorsi di stage (da uno stage a un altro stage). Non mancano i talenti ma, come detto nell’attacco di questo articolo, manca la volontà politica di valorizzarli….

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Pubblicato da: Cesp Veneto

Centro studi per la Scuola Pubblica

Via Monsignor Fortin 44 – Padova

Il CESP, Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova, è nato nel luglio del 2004. In questi anni, oltre a promuovere dibattiti, presentazioni di libri, rassegne cinematografiche e spettacoli teatrali inerenti al mondo dell’istruzione, ha sviluppato decine di convegni sul territorio.

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