Inizio 5 Cobas Scuola 5 SICUREZZA A SCUOLA
di Domenico Montuori*

In data 28 gennaio 2026 i ministri Valditara (MIM) e Piantedosi (Interno) hanno emanato una direttiva congiunta avente per oggetto: Misure per il rafforzamento delle azioni di prevenzione e contrasto di fenomeni di illegalità negli istituti scolastici. Una direttiva annunciata con grande enfasi mediatica, che si inserisce in un clima politico e sociale segnato da una narrazione emergenziale della sicurezza, e che viene emanata all’indomani della morte di Youssef Abanoud Safwat Roushdi Zaki, “Abu”, accoltellato da un altro studente, entrambi frequentanti lo stesso Istituto scolastico di La Spezia. Siamo di fronte all’ennesima, inaccettabile strumentalizzazione della morte di un ragazzo per mano di un altro. Un fatto tragico, che richiederebbe riflessione profonda, interventi educativi, risorse, prevenzione sociale e sostegno alle fragilità, viene invece utilizzato per giustificare misure repressive, pratiche di controllo e forme di schedatura che nulla hanno a che fare con la funzione educativa/formativa della Scuola, costituzionalmente garantita.

Da un’attenta lettura della direttiva emerge chiaramente l’impianto securitario che la attraversa. La direttiva afferma testualmente che D’altro canto, il compimento di gravi atti di violenza tra giovani, il rinvenimento di armi o di altri oggetti atti ad offendere all’interno o nelle immediate vicinanze degli istituti scolastici, nonché la presenza di fenomeni di spaccio e consumo di sostanze stupefacenti nelle aree frequentate dagli studenti hanno fatto emergere come anche la scuola risenta delle dinamiche di disagio, marginalità e illegalità che attraversano il tessuto sociale, richiedendo una risposta istituzionale coordinata.

In concreto, ciò significa che le forze di polizia potranno agire con maggiore libertà non solo nelle aree immediatamente esterne alle scuole, ma anche in non meglio precisate “aree frequentate dagli studenti”. Un’espressione che apre la strada a controlli arbitrari, a pratiche discriminatorie e a un’ulteriore criminalizzazione dei giovani, in particolare di quelli provenienti da contesti sociali più fragili. Una lettura che rovescia la realtà. La Scuola è spesso l’unico presidio rimasto nei territori impoveriti, l’unico spazio capace di intercettare il disagio. Rispondere a tutto questo con l’intervento delle forze dell’ordine e con strumenti di controllo significa rinunciare, appunto, alla funzione educativa/formativa della Scuola.

Inoltre, la direttiva stabilisce che Riguardo ai controlli di sicurezza, tenuto conto della delicatezza del tema e della necessità di un approccio quanto mai prudente ed equilibrato, in sede di Comitato potrà valutarsi per gli istituti scolastici che presentino profili di criticità – come nel caso di comportamenti violenti all’esterno degli stessi, spaccio di stupefacenti, segnalati e reiterati atti di bullismo –, secondo un livello di intervento crescente, la loro temporanea inclusione nei Piani di controllo coordinato del territorio e l’attivazione di controlli mirati. Nelle situazioni più gravi, previe intese e su richiesta dei Dirigenti scolastici interessati, nel rispetto della normativa vigente e dei diritti fondamentali delle persone, potrà essere disposto l’impiego di strumenti di controllo agli accessi degli edifici, incluso il ricorso a dispositivi manuali di rilevazione di oggetti metallici, qualora ritenuto necessario per prevenire il possesso o l’introduzione di armi.

Questa direttiva si inserisce nel percorso che porterà all’ennesimo decreto sicurezza, utile soltanto a “rassicurare” l’opinione pubblica, mentre nella realtà produrrà un aumento della repressione, dell’affollamento delle carceri minorili e dell’esclusione sociale.La Scuola è un presidio relazionale, di formazione e di cultura sul territorio. Non può e non deve essere militarizzata, trasformata in un carcere o in un luogo di “espiazione”, come ricorda Daniele Novara. La Scuola deve essere accogliente, inclusiva, bella dal punto di vista strutturale, e non fatiscente come purtroppo accade nella maggior parte dei casi. Servono educazione sessuo-affettiva strutturata, superamento delle cosiddette “classi pollaio” con un massimo di 20 studenti/studentesse per classe e 15 in presenza di disabilità, eliminazione del precariato attraverso assunzioni a T. I. su tutti i posti vacanti e disponibili, organici adeguati di personale docente e ATA per garantire il diritto allo studio.

E poi, cosa potrà accadere concretamente agli ingressi di una Scuola che richieda il controllo con metal detector? Migliaia di studenti e studentesse in fila ogni mattina, ritardi sistematici, tensioni, perdita di tempo scuola e di relazioni. Invitiamo, quindi, i dirigenti scolastici e tutto il personale della scuola a non farsi coinvolgere in questa operazione e di reagire a una evidente forma di schedatura e repressione in un luogo in cui si formano il pensiero critico e i futuri cittadini consapevoli, liberi e responsabili. Invitiamo contestualmente gli studenti e le studentesse a reagire con determinazione e creatività, attraverso le mobilitazioni, e chiamiamo tutto il mondo della scuola e i cittadini a respingere l’ennesimo atto repressivo, mascherato da una presunta esigenza di sicurezza.

Domenico Montuori  – COBAS Scuola 

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Pubblicato da: Redazione Cobas e Cesp Veneto

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