A quanto pare non basta che “oggi il dirigente scolastico guadagni il 72% in più di un qualsiasi altro laureato, e il 100% in più di un suo docente”, garantendo così all’Italia “due primati opposti: i docenti peggio pagati e i capi d’istituto più pagati” (vedi i dirigenti scolastici più pagati (o quasi) d’Europa).
La nuova pagella dei presidi deve diventare una buona occasione per nuove rivendicazioni economiche.
Come scrivono i dirigenti dell’associazione professionale dirigenti.scuola, infatti:
“Stipendio assolutamente inadeguato e sproporzionato alla Dirigenza di qualsiasi altra amministrazione statale che invece gode di benefit, rimborsi, trasferte, indennità per la casa, buoni pasto, riposi compensativi, smart working e quant’altro senza tuttavia dover gestire un migliaio di piccoli utenti, e dunque circa 2000 genitori (oggi tutti portatori di interesse e di potenziale contenzioso, sempre dietro l’angolo) nonché ovviamente le centinaia di dipendenti tra docenti, amministrativi e collaboratori”.
La valutazione, come sempre accade, è un’ottima merce di scambio: se non ci si oppone alla valutazione imposta, anzi la si domanda a gran voce, si dimostra di essere responsabili; allora la collaborazione dovrà essere ripagata con premi in termini economici e di potere.
“Dateci mezzi per operare”, dice il presidente ANP, sfoderando il vecchio cavallo di battaglia dell’associazione, che da tempo chiede di eliminare “vincoli burocratici”, “lacci e lacciuoli”, “ostacoli organizzativi” che limitano il potere decisionale dei dirigenti. D’altra parte, la valutazione dei dirigenti non potrà che essere una:
“operazione prodromica alla valutazione di tutto il personale del comparto scolastico, circa un milione di dipendenti”.
Altro tema caro: valutare tutto e valutare tutti, meglio se con un tocco gerarchico (i dirigenti regionali valutino i dirigenti scolastici, che valutino i docenti..) e sulla base di risultati chiari e comparabili.
Ma quali risultati?
Quali sono questi “risultati” misurabili su cui i presidi verranno valutati?
Scorriamo la direttiva ministeriale di Valditara del 21 Febbraio, “Adozione del Sistema nazionale di valutazione dei risultati dei dirigenti scolastici” , precedentemente bocciata dal Consiglio Superiore della Pubblica istruzione.
Leggiamo che:
“Il Sistema di valutazione dei risultati dei Dirigenti scolastici è finalizzato ad una oggettiva e trasparente valutazione dei risultati individuali conseguiti dai Dirigenti scolastici sulla base di obiettivi chiaramente definiti e misurabili..”
E che la valutazione avverrà tramite (un’ennesima) piattaforma, “sulla base degli strumenti e dei dati a disposizione del sistema informativo del Ministero”, per mezzo di un “procedimento di valutazione articolato in diverse fasi” e con precise tempistiche:
Gli obiettivi assegnati saranno “declinati in indicatori e target misurabili”; ogni target sarà “sfidante ma raggiungibile”.
Alla direttiva è allegato il modello di “pagella” dei dirigenti, diviso in due sezioni. La prima: “Misurazione e valutazione dei risultati in base al conseguimento degli obiettivi” (fino a 80 punti) e la seconda, relativa ai “comportamenti professionali e organizzativi” (fino a 20 punti). Quanto il dirigente è “orientato al risultato”? Quanto è dedito al “problem solving e all’innovazione”, sono esempi di comportamenti valutati.
La pagella rappresenta l’ennesima banalizzazione contabile del lavoro nelle scuole, l’ennesimo modulo che tenta di catturare in unità discrete i frammenti di una professione, con tanto di “pesi” per obiettivi e indicatori (stabiliti a monte), evidenze, celle multiple che attribuiscono un’aura pomposamente scientifica al documento, secondo la logica ministeriale; amaramente kafkiana, secondo la nostra. Si tratta di un’altra procedura di controllo arbitraria di qualità formale, che descrive con uno schema astratto e oggettivante un mestiere complesso. E nel momento in cui lo fa, impone un preciso rapporto al lavoro, obbligando i presidi a sottomettersi alle regole stabilite ancor più di quanto già non lo facciano.