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La pedagogia di Franco Fortini

da | 3 Ott 2024 | Cesp, Discussione, Materiali, Webpress

di Velio Abati*

Franco Fortini ovvero Franco Lattes (Firenze 1917 – Milano 1994); rifugiatosi durante la guerra, per ragioni razziali, in Svizzera, partecipò alla Resistenza in Val d’Ossola. Nel ruolo di coscienza inquieta degli intellettuali di sinistra, dai tempi del Politecnico di Vittorini, del quale fu redattore, fino ai Quaderni piacentini; scrisse per L’Avanti, per Il Manifesto, per Il Corriere.
E’ stato insegnante negli Istituti tecnici di Como, Monza e Milano, dal 1976 all’Università Statale di Milano, poi a Cambridge; a questa attività accompagnò il lavoro di traduttore per Einaudi oltre che di scrittore, saggista e poeta.

È la traduzione didattica del rifiuto indicato nella critica letteraria contro lo specialismo fine a se stesso, sostenendo la necessità di un giudizio poetico a proposito di un discorso politico e viceversa. «Separare discipline e competenze – scrive Trebaiocchi – parcellizzare temi globali in saperi particolari gioca infatti a favore del potere capitalistico anche perché, da una parte, spinge ad accettare figure di specialisti interessati solo al proprio mini-quadratino di sapere e, dall’altra, implica una generale deresponsabilizzazione del cittadino, sempre più sordo all’idea di comunità e solidarietà».

Da qui nasce la secca conclusione teorica di Fortini: ogni immediatezza, ossia rifiuto della mediazione è reazionaria. Di qui il suo continuo appello alla costruzione di una lingua comune cui ogni intellettuale deve operare, che altro non è che la condizione del riconoscersi e del convergere in un’azione comune: il comunismo è l’insegnamento di tutti a tutti, dice. In una condizione come la nostra in cui l’azione e il confronto sono rinchiusi nei compartimenti stagno neocorporativi, il richiamo è tanto più cocente.

DI GRANDE VALORE CRITICO è anche l’indicazione del risparmio, che converge con Verso un’ecologia della mente, di Gregory Bateson. Non solo perché contrasta la spaventosa dissipazione odierna, ma anche perché ne mette a nudo un altro lato oscuro, dove vediamo oggi pullulare refrattarietà, risentimenti, complottismi: «il silenzio e l’ignoranza vera sono sempre preferibili alla pratica corrente del “tutto e male”, ossia della ignoranza falsa. Una educazione all’immaginario non può essere oggi se non una ecologia dell’immaginario», cita Lorenzo Tommasini (Educazione e utopia. Franco Fortini docente a scuola e all’università, Quodlibet, pp. 320, euro 24).
Si parla di scuola e università, ma in realtà è in questione la società e il suo destino. In questa tensione riconnettiva incontriamo il secondo motivo d’interesse delle quattro opere pubblicate, perché riequilibrano il profilo intellettuale di Fortini, ponendo al centro della sua esperienza l’attività pedagogica. La rinnovata attenzione, infatti, si era soprattutto soffermata sulla sua poesia, quasi a compensare la relativa sottovalutazione avuta in vita e di cui soffriva. Ricordo che in una lezione ebbe a dire che essere poeta era un vero onore, anche se lo si era di seconda fila. Certo complice la restaurazione capitalistica intervenuta a partire dai secondi Settanta, di cui oggi vediamo i frutti più avvelenati, l’attività saggistica e militante era passata in secondo piano, più frammentaria ancora la sua immagine didattica. Se Trebaiocchi, come dichiara il titolo, vede la «pedagogia come forma di lotta nella vita e nell’opera»,

Tommasini, attraverso il ricorso a documenti d’archivio, pubblicazioni e testimonianze, mostra in modo convincente tanto la continuità tra insegnamento nelle scuole secondarie e università, quanto come il lavoro con gli studenti sia stato una feconda occasione di riflessione intellettuale e saggistica in continuo scambio, in cui l’esperienza didattica ora anticipa, ora segue la riflessione pubblica. Da segnalare la recente curatela di Tommasini dei Corsi universitari (Firenze University Press & USiena Press, pp. 350, euro 49 – trascrizione dei materiali preparatori delle lezioni universitarie dal 1971 al 1986, conservati presso l’Archivio Franco Fortini della biblioteca umanistica dell’Università di Siena, dove si è svolta la sua intera attività accademica). Insomma, l’attività didattica che va dal 1964 «almeno fino al 1989», osserva ancora Tommasini nel volume Educazione e utopia, costituisce «un’esperienza che occupa una parte piuttosto estesa e intellettualmente intensa della vita di Fortini.

In questo lasso di tempo infatti vengono pubblicati saggi rilevanti come quelli raccolti in Questioni di frontiera o in Insistenze e vengono date alle stampe importanti sillogi poetiche». Una ricostruzione in cui in modo naturale, ricorrendo a testimonianze di ex allievi, il ritratto intellettuale è accompagnato al ritratto dell’uomo, alle sue caratteristiche, come quella che a un certo punto – pare nelle aule del 1977 – gli procurò la definizione di «Lattes a lunga conversazione», alla passione intellettuale, alla grande generosità pedagogica con cui si dedicava agli allievi, oltre l’orario scolastico.

ASPETTO, QUESTO, al centro del volumetto di D’Angelo, Massari e Pallini, cui nel 1996 già aveva lavorato una pubblicazione di Ennio Abate (Se tu vorrai sapere … Testimonianze per Franco Fortini, ora scaricabile online). I lavori, sia detto di passaggio, permettono anche uno sguardo sull’intellettualità e la scuola di grande interesse sociale e politico sul profilo dell’una e dell’altra, di cui Fortini è solo un caso che fa sentire quanto uno studio che mettesse a fuoco il tema in una disamina complessiva contribuirebbe alla conoscenza delle trasformazioni capitalistiche dell’intellettualità e della scuola.
Bisogna far cenno ad almeno un’ultima questione sollevata a più riprese dai lavori, già visibile nell’oscillazione terminologica insegnante, intellettuale. Stando alla definizione di Gramsci, cui ampiamente si ricorre per un parallelo con Fortini, soprattutto da parte di Trebaiocchi, l’intellettuale è esperto più politico. «Politico» indica tanto una tensione a conoscere la società in cui si vive, quanto un interesse a una sua trasformazione («utopia» dice Tommasini; «forma di lotta» Trebaiocchi), dove il secondo genera il primo.

Dal momento che il cambiamento sociale è sempre frutto di opera collettiva, la postura pedagogica, dentro o fuori le istituzioni scolastiche, è intima alla funzione intellettuale, tanto più se di parte marxista. Solo chi si affida o si vende alle forze dominanti può limitarsi alla funzione di esperto.

È la traduzione didattica del rifiuto indicato nella critica letteraria contro lo specialismo fine a se stesso, sostenendo la necessità di un giudizio poetico a proposito di un discorso politico e viceversa. «Separare discipline e competenze – scrive Trebaiocchi – parcellizzare temi globali in saperi particolari gioca infatti a favore del potere capitalistico anche perché, da una parte, spinge ad accettare figure di specialisti interessati solo al proprio mini-quadratino di sapere e, dall’altra, implica una generale deresponsabilizzazione del cittadino, sempre più sordo all’idea di comunità e solidarietà».

Da qui nasce la secca conclusione teorica di Fortini: ogni immediatezza, ossia rifiuto della mediazione è reazionaria. Di qui il suo continuo appello alla costruzione di una lingua comune cui ogni intellettuale deve operare, che altro non è che la condizione del riconoscersi e del convergere in un’azione comune: il comunismo è l’insegnamento di tutti a tutti, dice. In una condizione come la nostra in cui l’azione e il confronto sono rinchiusi nei compartimenti stagno neocorporativi, il richiamo è tanto più cocente.

DI GRANDE VALORE CRITICO è anche l’indicazione del risparmio, che converge con Verso un’ecologia della mente, di Gregory Bateson. Non solo perché contrasta la spaventosa dissipazione odierna, ma anche perché ne mette a nudo un altro lato oscuro, dove vediamo oggi pullulare refrattarietà, risentimenti, complottismi: «il silenzio e l’ignoranza vera sono sempre preferibili alla pratica corrente del “tutto e male”, ossia della ignoranza falsa. Una educazione all’immaginario non può essere oggi se non una ecologia dell’immaginario», cita Lorenzo Tommasini (Educazione e utopia. Franco Fortini docente a scuola e all’università, Quodlibet, pp. 320, euro 24).
Si parla di scuola e università, ma in realtà è in questione la società e il suo destino. In questa tensione riconnettiva incontriamo il secondo motivo d’interesse delle quattro opere pubblicate, perché riequilibrano il profilo intellettuale di Fortini, ponendo al centro della sua esperienza l’attività pedagogica. La rinnovata attenzione, infatti, si era soprattutto soffermata sulla sua poesia, quasi a compensare la relativa sottovalutazione avuta in vita e di cui soffriva. Ricordo che in una lezione ebbe a dire che essere poeta era un vero onore, anche se lo si era di seconda fila. Certo complice la restaurazione capitalistica intervenuta a partire dai secondi Settanta, di cui oggi vediamo i frutti più avvelenati, l’attività saggistica e militante era passata in secondo piano, più frammentaria ancora la sua immagine didattica. Se Trebaiocchi, come dichiara il titolo, vede la «pedagogia come forma di lotta nella vita e nell’opera»,

Tommasini, attraverso il ricorso a documenti d’archivio, pubblicazioni e testimonianze, mostra in modo convincente tanto la continuità tra insegnamento nelle scuole secondarie e università, quanto come il lavoro con gli studenti sia stato una feconda occasione di riflessione intellettuale e saggistica in continuo scambio, in cui l’esperienza didattica ora anticipa, ora segue la riflessione pubblica. Da segnalare la recente curatela di Tommasini dei Corsi universitari (Firenze University Press & USiena Press, pp. 350, euro 49 – trascrizione dei materiali preparatori delle lezioni universitarie dal 1971 al 1986, conservati presso l’Archivio Franco Fortini della biblioteca umanistica dell’Università di Siena, dove si è svolta la sua intera attività accademica). Insomma, l’attività didattica che va dal 1964 «almeno fino al 1989», osserva ancora Tommasini nel volume Educazione e utopia, costituisce «un’esperienza che occupa una parte piuttosto estesa e intellettualmente intensa della vita di Fortini.

In questo lasso di tempo infatti vengono pubblicati saggi rilevanti come quelli raccolti in Questioni di frontiera o in Insistenze e vengono date alle stampe importanti sillogi poetiche». Una ricostruzione in cui in modo naturale, ricorrendo a testimonianze di ex allievi, il ritratto intellettuale è accompagnato al ritratto dell’uomo, alle sue caratteristiche, come quella che a un certo punto – pare nelle aule del 1977 – gli procurò la definizione di «Lattes a lunga conversazione», alla passione intellettuale, alla grande generosità pedagogica con cui si dedicava agli allievi, oltre l’orario scolastico.

ASPETTO, QUESTO, al centro del volumetto di D’Angelo, Massari e Pallini, cui nel 1996 già aveva lavorato una pubblicazione di Ennio Abate (Se tu vorrai sapere … Testimonianze per Franco Fortini, ora scaricabile online). I lavori, sia detto di passaggio, permettono anche uno sguardo sull’intellettualità e la scuola di grande interesse sociale e politico sul profilo dell’una e dell’altra, di cui Fortini è solo un caso che fa sentire quanto uno studio che mettesse a fuoco il tema in una disamina complessiva contribuirebbe alla conoscenza delle trasformazioni capitalistiche dell’intellettualità e della scuola.
Bisogna far cenno ad almeno un’ultima questione sollevata a più riprese dai lavori, già visibile nell’oscillazione terminologica insegnante, intellettuale. Stando alla definizione di Gramsci, cui ampiamente si ricorre per un parallelo con Fortini, soprattutto da parte di Trebaiocchi, l’intellettuale è esperto più politico. «Politico» indica tanto una tensione a conoscere la società in cui si vive, quanto un interesse a una sua trasformazione («utopia» dice Tommasini; «forma di lotta» Trebaiocchi), dove il secondo genera il primo.

Dal momento che il cambiamento sociale è sempre frutto di opera collettiva, la postura pedagogica, dentro o fuori le istituzioni scolastiche, è intima alla funzione intellettuale, tanto più se di parte marxista. Solo chi si affida o si vende alle forze dominanti può limitarsi alla funzione di esperto.

da ilmanifesto.it – 03.10.2024

Pubblicato da: Cesp Veneto

Centro studi per la Scuola Pubblica

Via Monsignor Fortin 44 – Padova

Il CESP, Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova, è nato nel luglio del 2004. In questi anni, oltre a promuovere dibattiti, presentazioni di libri, rassegne cinematografiche e spettacoli teatrali inerenti al mondo dell’istruzione, ha sviluppato decine di convegni sul territorio.

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