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L’università aperta a tutti gli studenti

da | 25 Set 2023 | Discussione, Webpress

di Massimo Attanasio e Mariano Porcu*

Abbiamo postato vari interventi sulla ‘riforma’ degli Istituti tecnici e professionali, sul pericolo insito di ricostruire 2 binari strutturati e separati nel percorso formativo superiore, sulla cristallizzazione di una dicotomia di classe nei percorsi educativi. Ora pubblichiamo questo scritto di 2 adetti all’analisi sociologica e statistica della composizione della popolazione universitaria e non solo. G.Z.

L’università aperta a tutti gli studenti

Dal 2015 al 2020, in Italia, ogni anno, si sono registrati in media 260.000 immatricolati alle lauree triennali e circa 37.000 alle lauree magistrali a ciclo unico. Tra questi, il 32% era in possesso di un titolo di studio conseguito in un istituto tecnico o professionale. Prendendo in considerazione la coorte degli immatricolati nelle lauree triennali del 2015, circa il 23% dei laureati entro 5 anni dall’inizio degli studi (ovvero 27.500 laureati su un totale di circa 123.000 laureati) proviene da un istituto tecnico o professionale.
Dalle dichiarazioni riportate dai media sembrerebbe che la scuola italiana stia per sperimentare una nuova riforma. Questi percorsi scolastici saranno articolati su quattro anni al termine dei quali sarà previsto un periodo di formazione. Nulla sappiamo sull’idoneità di questi percorsi a fornire un titolo utile per proseguire negli studi universitari. E allora, proviamo a “cancellare” dal sistema dell’istruzione terziaria i diplomati degli istituti tecnici e professionali: le università italiane avrebbero una riduzione dei loro iscritti pari a circa il 30% e l’Italia perderebbe — facendo riferimento ai laureati nel 2019 — circa 23.000 laureati triennali (i 2/3 di questi, ricordiamolo, ha proseguito fino alla laurea magistrale), circa 16.000 laureati magistrali e 2.700 laureati a ciclo unico. Sono davvero tanti. Che senso avrebbe distrarli altrove? Ricordiamo che questo accadrebbe in un Paese in cui, nel 2021, la quota di italiani tra i 25 e i 64 anni con un livello di istruzione terziaria non supera il 20%, un valore che è la metà della media osservata per i paesi dell’Ocse (circa 40%). Un’ulteriore contraddizione rispetto a questa ipotizzata riforma emerge dal Piano Orientamento universitario 2022-2025 a cui il governo precedente ha destinato ben 250 milioni del Pnrr con “l’obiettivo finale di raggiungere un milione di studenti delle secondarie di secondo grado e aumentare gli indicatori di successo, vale a dire minori abbandoni dei corsi universitari, livelli di apprendimento più alti, un maggior numero di ammessi all’anno successivo, riduzioni delle disparità […]”. Inutile sottolineare che gli studenti degli istituti tecnici e professionali sono quelli che, sperimentando elevati tassi di abbandono, sono tra i principali destinatari del Piano.
Non è superfluo ricordare anche che il contributo in termini di immatricolati all’università degli istituti tecnici e professionali ha permesso di innalzare il numero dei laureati e questo è particolarmente vero osservando i corsi di laurea Stem che registrano, da sempre, un numero di laureati ben al di sotto di quello che il Paese necessiterebbe. Perciò c’è da chiedersi, quale è il fondamento di questa preannunciata riforma. Riflettiamo prima di introdurre un cambiamento che è in grado di incidere profondamente nel tessuto educativo del Paese. La scuola italiana dell’epoca repubblicana porta ancora con sé l’impronta definita da Giovanni Gentile nel 1923; una scuola in cui il liceo classico e la cultura umanistica occupano il posto d’onore e gli istituti tecnici e la scuola magistrale una posizione subalterna. Alla fine del 1962 la riforma che ha istituito la scuola media unica ha posto le basi per la scolarizzazione di massa. Nel 1969 poi, con la “legge Codignola” che ha liberalizzato l’accesso agli studi universitari ai diplomati provenienti da ogni tipo di scuola secondaria si è scardinata la struttura dei vari gradi dell’istruzione immutabile da mezzo secolo. L’accesso all’università dipende dalla classe sociale e dal tipo di diploma. In Italia, la probabilità di andare all’università è intorno al 90% per i maturi dei licei classici e scientifici, del 50% per gli altri licei e gli istituti tecnici e solo del 17% per gli istituti professionali. Nonostante ciò, l’università italiana ha imparato ad “accogliere” tutti gli studenti e adesso non può fare a meno di quelli che provengono dagli istituti tecnici e professionali.
Perché, quindi, intervenire su un segmento tanto strategico con una riforma che riducendo a quattro anni la durata degli studi tecnico-professionali potrebbe rendere di fatto inaccessibili gli studi universitari a una larga platea di studenti? La scelta della scuola secondaria viene fatta a 14 anni e, spesso, questa scelta è definita più dalla classe sociale della famiglia che da un sistema di orientamento. Il rischio di una riforma in tal senso rischia di escludere dall’istruzione terziaria una parte fondamentale della futura forza lavoro. Gramsci scriveva “istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”… davvero l’Italia può fare a meno di tante intelligenze? No, non può.

* Gli autori sono ordinari di Statistica Sociale all’Università di Palermo e Cagliari – tratto da repubblica.it

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